martedì 7 maggio 2019

VUOTARE LA MENTE, RIEMPIRE IL VENTRE.

di Paolo Lucarelli 

 Robert Fludd, “Utriusque Cosmi Historia”, 1619.



Schwaller de Lubicz nel suo minuzioso studio sul tempio di Luxor e sulla simbolica egizia si ferma a lungo a riflettere sull’immagine dell’uomo privo di calotta cranica. Ne ritrova il segno a Bisanzio dove i santi sono rappresentati con la testa piatta, e in occidente nella figura di Nicodemo, l’uomo della seconda nascita, che tiene in mano la propria volta cranica. Vede lo stesso significato nelle corone regali che separano l’alto dal resto della testa. Conclude che tutto ciò esprime l’uomo realizzato, illuminato, che si è liberato dal giudizio personale, discorsivo, costruito per opposizione, e che ormai si muove per impulso universale, o divino, intermediario perfetto tra Cielo e Terra, ubbidiente al pensiero cosmico senza esserne distolto dal proprio pensare.

Si pone, Lubicz, all’interno di un’ampia e antichissima tradizione che vede nella mente conscia, involucro e sostegno dell'io discriminante, non uno strumento utile di conoscenza e di guida all’azione, ma un vincolo da cui liberarsi, un’illusione drammatica e pericolosa, un impedimento all’accesso a stati ontologicamente più elevati, un nemico ambiguo e mortale.

Patanjali, nel primo dei sûtra in cui raccolse remoti insegnamenti, aveva già espresso nel modo più semplice il tema e l’obiettivo: lo yoga è l’arresto delle funzioni mentali. Nel IV sûtra spiega il problema e la sua origine: altrimenti (l’anima) assume la stessa forma delle funzioni mentali.

La mente (citta, buddhi) è fonte e causa di nescienza, cioè dell’universale ignoranza innata che identificando l’attività della mente con quella dell’anima genera sempre nuova illusione, che a sua volta produce maculazione karmica, fonte della sofferenza che caratterizza la vita umana. Solo impedendone l’attività (cittavrtti) possiamo uscire da questo circolo perverso e salvarci dal dolore esistenziale.

Molti secoli dopo, in tutt’altro contesto psicologico e culturale, san Giovanni della Croce diceva:
in breve tutti i più grandi inganni del diavolo ed i maggiori mali che fa all’anima, penetrano attraverso le notizie e i discorsi della mente.
Un nemico forte e temibile o lo si imprigiona in ceppi indistruttibili o lo si uccide.

Molti hanno preferito la prima via, come più sicura e meno rischiosa, anche se più lunga e graduale.
Si vuole allora trasformare la consueta, inevitabile, ridda diabolica e stancante di pensieri involontari in una struttura limpida e ordinata, controllata da una volontà impeccabile.

L’esempio più facile è il mandala, dove il cosmo, o meglio il fantasma chimerico che noi ci immaginiamo, pauroso caos psichico, informe e magmatico, si struttura secondo direzioni privilegiate, assume forme geometriche semplici e organizzate, e nei quadrati, nei cerchi, nei colori che si succedono secondo regole inflessibili, la mente è costretta a placarsi, congelata in una visione dominata dai legami che la figura le impone.

Ricorda Tucci che
disegnare un mandala non è cosa semplice; è un rito che mira a una palingenesi dell’individuo e ai cui particolari questo deve partecipare con tutta l’attenzione che l’importanza del risultato richiede: un errore, una svista o una dimenticanza rendono l’opera inefficace… perché ogni manchevolezza è il segno della disattenzione del sacrificante, indica che egli non vi prende parte con tutta la concentrazione e il raccoglimento dovuti.
Ma per chi abbia compiuto rettamente il rito si apre la possibilità dell’esperienza folgorante di una luce interiore, gnosi liberatrice che la mente offuscava

Non diversamente operava il monaco ortodosso dipingendo l’icona che, insegna Florenskij,
ha lo scopo di sollevare la coscienza al mondo spirituale, di mostrare “spettacoli misteriosi e soprannaturali”.
Ben poco o nulla è lasciato alla libera creatività dell’artista. Diceva il Settimo Concilio Ecumenico:
al pittore spetta soltanto l’aspetto tecnico dell’opera, ma tutto il suo ordinamento (diátaxis) chiaramente dipese dai santi Padri.
Gli insegnamenti cinesi sono meno rigidi, più dolci, soffusi di immagini poetiche. Spiega Schipper che l’adepto dovrà costruire mentalmente il proprio corpo come fosse un paese, fondato sulla geografia sacra taoista, e abitato da tutti i suoi dei: la testa sarà una catena di montagne che racchiude un lago, in mezzo al lago un palazzo, e così via, giù giù, sino a sotto l’ombelico dove vedrà un paesaggio meraviglioso, il Campo di Cinabro, la dimora dell'embrione che darà origine al nuovo corpo immortale.

I maestri del neidan, la cosiddetta “alchimia interiore”, seguono secondo la Robinet simili metodi, ma qui la mente deve riprodurre immagini di operazioni che l’alchimista compie in pratica al forno, sempre come avvenissero nel proprio corpo. Nel Libro dell’Armonia Centrale, Li Daochun spiega: 
Non c’è altro principio: basta dominare il corpo e la mente [lett. il cuore], è cuocere il Piombo e purificare il Mercurio. Gli appellativi diversi si riducono [a significare] che si dominano le pulsioni con la natura profonda ed è tutto. Quando la natura è quieta e le pulsioni sono seppellite, si vede luminosamente il fondamento, si abbraccia la Radice e si ritorna al Vuoto… È ciò che si chiama il compimento del Cinabro e, per metafora, l’embrione della liberazione.
 Più suggestivi i Versetti del Risveglio della Verità di Zhang Boduan, che iniziano da una famosa citazione del Daode jing:
“Vuotare la mente e riempire il ventre” ha un senso molto profondo
ma per vuotare la mente, occorre una mente che discerne,
e niente vale più, per sublimare il Piombo, che riempire prima il ventre,
e apprendere a conservare la Sala piena d’oro.
Anche Sant’Ignazio di Loyola insegnava a costruire mondi e luoghi per i suoi Esercizi Spirituali, che dovevano servire a conseguire il fine per cui l’uomo è stato creato, lodare, riverire e servire Dio nostro Signore e salvare, in questo mondo, la propria anima. Nella premessa al primo  esercizio prescrive:

Il primo preambolo consiste nella composizione visiva del luogo. Qui è da notare che nella contemplazione o meditazione visiva… la composizione consisterà nel vedere con la vista dell’immaginazione il luogo materiale dove sta la cosa che voglio contemplare... 
Il suggerimento è piuttosto libero, si precisa meglio nel quinto esercizio dove la composizione consiste nel vedere con la vista dell’immaginazione la lunghezza, l’ampiezza e la profondità dell’inferno.

Fondamento resta comunque la preghiera e il santo, che non ignorava i benefici e utili effetti del respiro guidato, ben noti agli orientali che li codificarono minuziosamente, insegnava:

il terzo modo di pregare consiste nel fatto che ad ogni respirazione o movimento respiratorio si deve pregare mentalmente pronunciando una parola del Padre Nostro o di qualche altra preghiera che si recita in modo tale che una singola parola venga detta tra un respiro e l’altro. Mentre poi dura il tempo tra un respiro e l’altro, si badi principalmente al significato di tale parola, o alla persona cui si rivolge la preghiera.
Sant’Ignazio conosceva bene i rischi del controllo mentale che sfugge facilmente all'obiettivo di pura illuminazione, o di spiritualità devota, gonfiando l’uomo di presuntuoso e illusorio senso di potenza, per cui invece di allontanarne gli inganni del mondo lo seduce con i fantasmi della maya allucinante. Nel “Direttorio autografo” scrive:

È da avvertire che se uno non obbedisce a colui che propone gli esercizi e volesse procedere a suo criterio, non conviene proseguire nel dargli gli esercizi.
Proseguì a suo criterio Giordano Bruno, per troppa superbia o sciagurata sfortuna. Fingendo di praticare una tecnica mnemonica voleva fissare la mente ad accogliere immagini di demoni e altri segni celesti, convinto di ottenerne influenza sul mondo e sui fenomeni naturali. Il domenicano più che nell’eresia era immerso in un’allucinazione perversa, incubo di assurde quanto insensate fantasie. Pensava che il Cielo con tutti i suoi influssi si ripetesse nella mente umana, e che riordinandola e fissandola secondo nuove aspirazioni si potesse attrarre l’influsso astrale da utilizzare magicamente. Scrisse nello “Spaccio della Bestia Trionfante”:
Disponiamoci prima nel cielo che intellettualmente è dentro di noi: e poi in questo sensibile che corporalmente si presenta agli occhi… se cossi renderemo nouo il nostro cielo, noue saranno le costellationi, et influssi, noue l’impressioni, noue fortune, perche da questo mondo superiore pende il tutto...
Nel “De Umbris idearum” aggiunge:
C’è nella tua primordiale natura un caos di elementi e numeri, che non esclude peraltro l’ordine e la serie… Io ti dico che se tu contempli tutto questo con attenzione, tu potrai conseguire un’arte figurativa tale che rafforzerà non solo la memoria, ma anche i poteri dell’anima, in modo mirabile.

 Per analoga superstizione il tantrico costruirà accuratamente lo yantra della divinità prescelta, perché questa scenda e si manifesti disposta ai suoi ordini. La presenza divina sarà assicurata grazie a formule appropriate – che anche Bruno approvava – mantra accompagnati da gesti opportuni (mudra, sigilli).

A un livello superiore ci si servirà solo di lettere o sillabe. Spiega Tucci:
la sillaba, il fonema è la segreta essenza o il “seme” della divinità. Essa è così intimamente legata a questa che basta su di lei concentrarsi perché l’immagine sia evocata.
Si apre qui una visione in cui uno schema alfabetico riproduce quello cosmico, che da tre lettere dipana tutto il suo divenire. Insegna Abhinavagupta nel “Tantrasâra” che

tre sono le potenze principali del Signore, ossia l’Altissima, la Volontà e l’Espansione. E queste sono le tre cogitazioni a, i, u. Tutto il successivo spiegarsi delle potenze deriva da questa triade soltanto.
 Schemi analoghi ritroviamo nella Kabbalah, dove le strutture geometriche delle sefiroth inducono a riflettere su modelli simili a certi yantra. Qui alef, mem, šin saranno le tre lettere madri che presiedono alla formazione del mondo, e nel gioco dei pentacoli magici i signori del Nome (ba‘ale Šem) si convinceranno di essere operatori di incredibili prodigi. Ne resteranno tracce sbrindellate negli occultisti ottocenteschi, specialmente di scuola francese.

Non cercava prodigi né potere Abraham Abulafia nella “Hokmath ha Tseruf”, la scienza della combinazione delle lettere. Il suo scopo, come spiega Scholem, era quello di liberare l’anima dai nodi che la legano per raggiungere la devekuth, la perfetta unione col divino. A trentun’anni aveva vissuto un momento spontaneo di estasi, da cui aveva tratto conoscenze e visioni e la convinzione che l’oggetto perfetto su cui meditare per riconquistare quello stato beato fosse l’alfabeto ebraico. Ci ha lasciato delle istruzioni per le preparazioni necessarie alla meditazione e all’estasi:

Renditi pronto a dirigere il tuo cuore su Dio solo: Purifica il tuo corpo e scegli una casa solitaria dove nessuno senta la tua voce. Siediti nella tua celletta e non rivelare il tuo segreto a nessuno. Se puoi fai questo di giorno nella tua casa, ma è meglio se lo compi di notte. Nel momento in cui ti prepari a parlare al Creatore e se desideri che egli ti riveli la sua potenza, abbi cura di astrarre tutta la tua mente dalle vanità del mondo… Ora comincia a combinare qualche lettera o molte, a spostarle e a combinarle sino a che il tuo cuore sia caldo… E quando senti che il tuo cuore è già caldo… quando sei così preparato a ricevere l’influenza della potenza divina che penetra in te, usa tutta la profondità del tuo pensiero a immaginare nel tuo cuore il Nome e i suoi Angeli superiori, come se fossero degli esseri umani seduti o che stanno vicino a te… [E infine] tutto il tuo cuore sarà preso da un tremore estremamente violento, al punto che penserai che stai per morire, perché la tua anima, rapita per la conoscenza che ha, abbandona il tuo corpo…

Ricorda un brano famoso di Zosimo di Panopoli, che nel primo libro del “Conto finale” insegna ad un’allieva:
Tu dunque non lasciarti sedurre, donna,… Non ti mettere a divagare cercando Dio, ma resta seduta presso il tuo focolare [oíkade] e Dio verrà da te, lui che è dovunque… Riposa il tuo corpo, calma le tue passioni, resisti al desiderio, al piacere, alla collera, all’afflizione e alle dodici fatalità della morte. E conducendoti così, chiamerai a te l’essere divino, o l’essere divino verrà a te, lui che è dovunque e da nessun parte.
È la seconda via, che Scholem chiama profetica in alternativa all’altra che definisce teosofica. Questa non mira alla costruzione di una mente controllata ma vuole, rotto o eliminato il meccanismo psichico, raggiungere l’illuminazione estatica il più direttamente possibile.

L’esempio più noto in Occidente risale a Plotino che nella sesta Enneade ci dice che

... dobbiamo con uno slancio balzare su verso i primi valori, dopo aver svincolato il nostro io dalle cose sensibili… L’anima deve restarsene nuda di forme, se intende davvero che nulla si insedi lì a far da impaccio alla piena inondante ed alla folgorazione che si riversa su di lei da parte della Natura primordiale… essa deve staccarsi da tutte le cose esteriori, volgersi verso la sua intimità, completamente, non inclinarsi verso qualcosa di esterno, ma estinguendo ogni conoscenza… spegnendo altresì la conoscenza del proprio essere, l’uomo deve immergersi nella contemplazione di Lui… Lassù è il verace oggetto d’amore, cui è dato congiungersi davvero.

 Racconta Porfirio che quattro volte riuscì il suo maestro a raggiungere questa beata unione, lui una sola, in sessantotto anni. Un evento raro, che si mantiene a lungo con difficoltà. Anche San Bernardo se ne lagna con discrezione descrivendo l’unione soavissima, quando fa dire alla sua anima: introduxit me Rex in cubiculum suum. E spiega:
Là, per poco tempo, cioè circa una mezz’ora, fattosi silenzio in cielo, essa [l’anima] riposa dolcemente negli abbracci desiderati: senza dubbio dorme, ma il suo cuore veglia.
Il santo definì questa esperienza excessus mentis, che fa superare il pensiero, abductio interioris sensus. Tertulliano per primo la chiamò “estasi” (extasis) e la interpretò correttamente come amentia, cioè assenza di mente.

Qui gli esempi si possono moltiplicare e dei mistici d’Occidente Zolla ha raccolto una ricca collezione in molti volumi. Serve, come tutti dicono, una forte partecipazione emotiva a chi cerchi l’interruzione mentale improvvisa. Oltre a ciò si sono provate infinite tecniche, dalla danza frenetica degli sciamani, all’assunzione di droghe e bevande inebrianti, che ancora Zolla descrive nel “Dio dell’ebbrezza”.

Per il cristianesimo orientale il monaco Niceforo, maestro di Gregorio Palamas, inventò, o più probabilmente codificò, l’orazione pura, kathará proseuché, e la definì apóthesis noemáton, eliminazione dei pensieri. Si riferisce nei “Racconti di un pellegrino al suo confessore” che un contadino russo incontrò uno starets che gli insegnò l’esicasmo. Doveva ripetere nella sua mente Signore Gesù Cristo, abbiate pietà di me, prima 3000, poi 6000, poi 12000 volte al giorno, infine a volontà. Ne sarebbero venuti meravigliosi effetti.

Nella mente: si sente la dolcezza dell’amore di Dio, la pace interiore, l’estasi dello spirito, la purezza dei pensieri, una beatificante attenzione a Dio; nella sensibilità: un gradevole calore del cuore, tutte le membra colme di dolcezza, gioiose palpitazioni del cuore, leggerezza e frescura; la vita si fa sentire gradevole, si diventa insensibili alle malattie e all’afflizione; rivelazioni infine: illuminazione dell’intelligenza, penetrazione delle Scritture: si comprende lo Spirito della creazione, si è distaccati dal tumulto terrestre, si riconosce la dolcezza della vita interiore, si è sicuri della prossimità di Dio e anche del suo amore per noi.
Fa eccezione la scuola Mâdhyamika. Con Nâgârjuna dimostrò che manca qualunque sensatezza al pensiero umano, spezzando così d’improvviso il meccanismo mentale non appena se ne percepisca appieno la totale vacuità. Unita al taoismo generò il ch’an cinese, da cui lo zen giapponese, e infiniti tesori d’arte e cultura, come questo piccolo gioiello del poeta Tung-shang:

Neve copiosa in tazze d’argento,aironi celati dalla luna splendente, cose dissimili nell’affine,la confusione è il luogo della conoscenza. 
So bene, in questo breve excursus, di avere trascurato innumerevoli documenti. Cito, ad esempio notevole, la tradizione sufi e la pratica del dhikr, o le riflessioni alfabetiche di Jâbir e degli isma’iliti.
Altre considerazioni si potrebbero fare, per esempio su certe tradizioni iniziatiche, non ultima quella del R.S.A.A. che sembra una felice unione delle due vie descritte. Da un lato, con cerimonie appropriate nel Tempio massonico, induce la mente a ordinarsi secondo simbologie precise, a mettersi all’ordine, in accordo col suo motto Ordo ab Chao. Dall’altra, con rituali di passaggio, provoca le forti emozioni che possono permettere illuminazioni improvvise, riecheggiando l’antica richiesta del vate upanishadico: tamaso mâjyotir gamaya, fammi passare dalla tenebra alla luce.

Resta, a conclusione, il fatto che nei millenni alcuni uomini abbiano vissuto esperienze psichiche estremamente simili e gratificanti, riconducibili a una modifica o a un arresto delle funzioni mentali, alla loro fissazione.
In alcuni si sono manifestate in modo spontaneo, mentre altri le hanno deliberatamente cercate, e talvolta ottenute, grazie a tecniche e pratiche peculiari e insolite.
Si è sempre trattato di un evento eccezionale, riservato a un numero piuttosto limitato di esseri umani. Chi ha vissuto questa esperienza la definisce quasi sempre in termini religiosi, come incontro col divino, col sacro, con un dio particolare, con l’assoluto, a seconda della sua cultura e delle sue convinzioni, e descrive sensazioni di luce, calore, senso di piacere estremamente intenso, percezioni cardiache, comprensione ampliata, visione splendida.
Ne è sempre uscito trasformato nell’esistenza, talvolta in senso negativo, con oscuro senso di potere o egocentrismo esasperato, a volte invece in modo che potremmo definire positivo, colmo di sentimenti sereni, compassionevoli, moralmente forti, anche se non sempre integrabili nella società in cui viveva.

Quest’uomo è stato spesso fonte di profondi sconvolgimenti sociali, politici e culturali, dato che per lo più ha sentito l’urgenza immediata di predicare il messaggio raccolto nel nuovo mondo appena penetrato.

Dunque un fenomeno importante della nostra struttura mentale, e quindi del nostro sistema cerebrale, che andrebbe studiato in tutte le sue forme, peraltro piuttosto costanti come si è potuto verificare già da questi pochi esempi.

Credo che più che agli storici delle religioni, o agli psicologi o peggio ancora ai cosiddetti esoteristi, spetti alle moderne neuroscienze indagarlo, con scrupolo e attenzione data la sua manifesta potenza e il fascino che ha sempre esercitato.

Qualcosa si è già fatto, molto negli ultimi due decenni, da quando sono possibili indagini non invasive del cervello umano e si è cominciata l’esplorazione delle reazioni elettrochimiche coinvolte nelle sue funzioni. Al momento, ma siamo, mi pare, in una fase estremamente preliminare, secondo alcuni scienziati, cito qui Casale e Ramachandran, parrebbe che questo evento sia legato a certi comportamenti del sistema limbico, più correttamente del circuito di Papez, e ai suoi rapporti con i lobi temporali e col sistema neurovegetativo, quindi a una delle parti più arcaiche dell’encefalo. Dunque qualcosa che risale agli albori stessi dell’essere umano.

Una prima domanda, ovvia, che ci si è posti, è quale sia, o sia stata, la sua utilità nel contesto dell’evoluzione. Alcuni (Matthew Alper, Scott Atran) suggeriscono che questo meccanismo sia servito a sopportare la consapevolezza umana della mortalità, l’ansia esistenziale.
È una risposta, un po’ stravagante.
Personalmente preferisco quella di Rhawn Joseph, che sostiene che potremmo trovarci di fronte al segnale di un futuro ulteriore salto evolutivo dell’uomo verso più ampie capacità neurologiche e funzionali, capacità il cui potenziale genetico è al momento ancora silente. Comunque questi primi studi di cosiddetta neuroteologia ci indicano la strada da percorrere, una strada senza pregiudizi, ma anche, e specialmente, senza timore di affrontare un’area dell’avventura umana che è sempre stata circonfusa da un alone di rispetto reverenziale.

Forse è finalmente giunto il momento di applicare seriamente, in modo severo e inflessibile, il precetto dato più di due millenni fa all’uomo: conosci te stesso. Il risultato potrebbe liberarci da molti problemi che al momento paiono insolubili.

Paolo Lucarelli


Bibliografia essenziale dei testi citati
R.A.Schwaller de Lubicz, Il Tempio dell’uomo. Roma, 2000.
Patanjali, Gli aforismi sullo Yoga (Yogasûtra). Torino, 1968
AA.VV., Satana. Etudes carmélitaines. Milano, 1954.
Giuseppe Tucci, Teoria e pratica del mandala. Roma, 1969.
Pavel Fliorenskij, Le porte regali. Milano 1999.
Stefano Piano, Enciclopedia dello Yoga. Torino, 1996.
Kristopher Schipper, The taoist body. Berkeley, 1993.
Isabelle Robinet. Les commentaires du Tao To King jusqu’au VIIe siècle. Mayenne, 1981.
Isabelle Robinet, Introduction à l’alchimie intérieure taoïste. De l’unité à la multiplicité. Paris, 1995.
A taoist classic. The book of Laozi. Beijing, 1993.
Ignazio di Loyola, Gli scritti. Torino, 1977.
Giordano Bruno, Spaccio de la bestia trionfante. Napoli, 1994.
Frances A. Yates, L’arte della memoria. Torino, 1966.
Madhu Khanna, Yantra. Il simbolo tantrico dell’unità cosmica. Roma, 2002.
Abhinavagupta, Essenza dei tantra (Tantrasâra). Torino, 1960.
G. Busi ed E. Loewenthal (a cura di), Mistica Ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo. Torino 1995.
Gershom G. Scholem, Les grands courants de la mystique juive. Paris, 1977.
Berthelot - Ruelle, Collection des Anciens Alchimistes Grecs. Paris, 1887.
Elémire Zolla, I mistici d’Occidente. Milano, 1980.
Plotino, Enneadi. Bari, 1973.
Etienne Gilson, La théologie mystique de Saint Bernard. Paris, 1976.
Elémire Zolla, Il Dio dell’ebbrezza. Torino, 1998.
Irénée Hauscherr S.I., Hésychasme et prière. Roma, 1966.
Fung Yu-lan, A history of chinese philosophy. Princeton, 1983.
Nâgârjuna, Le stanze del cammino di mezzo (Madhyamika kârikâ). Torino, 1979.
Leonardo Arena, Storia del Buddhismo Ch’an. Milano, 1999.
Roberto Casale, Studio della interazione tra neurovegetativo e sistema limbico: un approccio neurofisiologico all’anima?. Pavia, 1998.
Ramachandran V.S., The emerging brain. London, 2003.
Matthew Alper, The “God” part of the brain. New York, 2001
Scott Atran, The Neuropsychology of Religion, in NeuroTheology, University Press, San Jose California, 2003
Rhawn Joseph, Mythologies of Modern Science, in NeuroTheology, op. cit.





martedì 30 ottobre 2018

BREVE STORIA DELLA BONIFICA E DELLA RIFORMA AGRARIA NELLA PIANA DI CAPACCIO PAESTUM

Edmund Hottenroth, View of the temples of Paestum in the evening light - Water buffalo in the Campagna, 1854 

La Piana agli occhi dei suoi primi abitanti si presentava ricca di corsi d'acqua, di lagune ed acque stagnanti, dove i paleo cordoni-litorali e le retrostanti superfici terrazzate dei dossi travertinosi di Gaudio, Seliano e Paestum offrivano suoli ben drenati su cui i primitivi abitanti svilupparono i loro insediamenti (l'area della città antica di Paestum tra la Basilica ed il Tempio di Nettuno, quella presso Porta Aurea, la Necropoli del Gaudo, la paleoduna di Capaccio Scalo, ecc.). Non mancavano boschi che dalla collina discendevano sulla Piana ricoprendola quasi per intero. 



E' in età greco- romana che si hanno le prime vere e proprie opere di bonifica della Piana. con un'ampia opera di canalizzazione, di irrigazione e bonifica, che interessava gran parte della zona pianeggiante estesa a settentrione del perimetro urbano di Paestum e che aveva i suoi  limiti nel fiume Sele a nord, nelle colline di Capaccio ad est ed il mare ad ovest . La scoperta di lapilli dell'eruzione del Vesuvio del 79 d. C. in alcuni di questi canali ha fatto ipotizzare gli storici che già in quell'epoca tale sistema dovesse essere ormai in crisi, cosa  che dovette contribuire ad un nuovo progressivo impaludamento dell'area.

E' però nel medioevo a partire dalla conquista longobarda che inizia una nuova fase di ripresa. 
L'attivismo dei nobili e funzionari longobardi, dei monaci basiliani e benedettini imprime una ripresa sia dello sfruttamento economico della piana che degli insediamenti abitativi. Le terre incolte vengono rimesse a cultura, grazie ad opere di drenaggio dei terreni e di canalizzazione dei piccoli corsi d'acqua. Opere idrauliche di cui sopravvive solo il cosiddetto acquedotto medioevale che alimentava le macine delle due Moline di Mare. Sorgono numerosi villaggi e casali come Gromola, San Basilio, Santa Barbara, Spinazzo, Capodifiume, Silifone e Mercatello. 

L'irrompere nel territorio verso la fine del secolo della guerra "del Vespro" (1282-1302), che vide proprio nella parte meridionale della provincia di Salerno svolgersi per 13 anni continui le fasi più aspre, lunghe e determinanti dello scontro terrestre fra Angioini ed Aragonesi, produsse la sistematica distruzione dei villaggi, delle colture, del patrimonio zootecnico ed un pauroso calo demografico a cui seguì un'inevitabile nuovo impaludamento della Piana di Paestum e l'inizio della decadenza ed abbandono di Caputaquis verso l'insediamento detto “li casali di Rodiliano di S.Pietro”, che in seguito prenderà il nome di Capaccio Nuova.

Rizzi Zenoni, No. 19. Eboli, Capaccio, Campagna, Sele fiume. Gius. Guerra inc. Nap. 1809. Atlante geografico del regno di Napoli 1808.


La Piana comunque non fu mai abbandonata e continuò ad essere abitata (anche solo stagionalmente) ed essere centro di interessi economici e sociali.
E' nella prima metà del settecento che iniziano nuove importanti opere di bonifica.
 ...Nel 1749 ed in 1750 a spese dell'Università, essendosi formato un alveo di larghezza di palmi 10 e di lunghezza un miglio, per fare in esso imboccare l'abbondante sorgiva dell'acqua della Salza, e deporla nel fiume di Capodifiume, per cui si resero asciutti circa tremila tomola di territorio, che prima erano impraticabili, denominati le Marene, Cardogna, Tufarella, Elice e tutto il recinto di Fiumarello...”. (memoria legale del 1771 di Gennero Mangone “Per l'Università e Cittadini della Città di Capaccio contro l'Illustre Principe di Angri”)


Nel 1818 viene proposto un progetto, che più di una mera bonifica, è piuttosto una vera e propria proposta di riforma e riassetto del territorio. La proposta è quella dei proprietari borghesi consorziati, coordinati da Andrea Dini di Giffoni, che è presentata al Ministro degli Interni purtroppo senza successo.
I lavori di bonifica nel dopoguerra.
Il progetto, straordinariamente moderno nella sua concezione prevedeva anche un vasto piano riorganizzazione e pianificazione del territorio.
Questo una volta bonificato doveva essere appoderato ed organizzato in nodi funzionali costituiti da centri di servizio articolati su due livelli di importanza diversa: alcuni dotati di un centro religioso, osteria, negozi, botteghe artigiane, ed altri costituenti dei veri e propri nuclei di servizi collettivi come la parrocchia, la farmacia e la rappresentanza municipale e giudiziaria.

Nel 1831 Carlo Afan de Rivera, direttore generale del Corpo di Ponti e Strade, Acque, Foreste e Caccia del Regno delle Due Sicilie, ebbe approvato un piano di bonifica, che fu il primo progetto organico di riassetto della Piana del Sele, che riprendeva idealmente le indicazioni di quello del Dini, affrontando saggiamente per primo il problema della bonifica e le opere necessarie per realizzarla.


I principi di “sistemazione” del territorio e di riassetto del regime idrico previsti nel progetto del de Rivera sono stati d'ispirazione di tutte le successive operazioni di bonifica fino al progetto redatto dal Consorzio di bonifica di Capaccio tra il 1926 ed il 1930.

Nel 1855 è istituita l'Amministrazione delle Bonifiche di Paestum.


Tra il 1856 ed il 1866 sono realizzati due canali paralleli alla costa, che confluendo nel Fiumarello-Lupata presso Paestum, prosciugarono le aree del Sele Morto e Laura pari a 1399 ha.


Dal 1864 l'autorità preposta alla gestione delle attività di bonifica è il Consiglio Generale di bonificazione ed Irrigazione, sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

E' solo però che nel 1880, che a seguito dell'Unità d'Italia, che riprendono i lavori nella Piana di Capaccio con la realizzazione del primo canale di derivazione del Sele lungo 3500 metri e dei derivanti di colmata Sele Morto e Quistione. Le opere avrebbero dovuto realizzare la colmata di circa 2500 ha tramite i deposito delle torbe, ma il sistema si rivelò poco efficace perché in 60 anni si riuscirono a bonificare solo 500 ha. Inoltre si completarono anche i canali di scolo Pantanelli, Compagnone e Laura, mentre il Capodifiume fu dotato di argini come nel progetto dell'Afan de Rivera, risolvendo lo storico problema delle esondazioni di questo fiume nelle zone di Paestum, Spinazzo e Linora.

Pianta della pianura del bacino del Sele in bonificamento. Dall’Archivio di Stato di Salerno

Il Piano Generale di Bonifica del 1914 ripropose il sistema della colmata per rialzare altri 2000 ha di terre depresse, ma anche in questo caso si rivelò troppo lento ed inefficace, anche a causa delle difficoltà congiunturale dovute alla contestuale guerra mondiale.

E' solo con la bonifica integrale del ventennio fascista che si ebbero consistenti investimenti nella Piana di Paestum.
L'inefficacia delle esperienze passata convinse la Società Anonima Bonifiche, costituita nel 1923 ad integrare il sistema della colmata naturale al sollevamento meccanico delle acque, avviandosi così alla bonifica integrale della piana.

L'istituzione del Consorzio di Bonifica Sinistra Sele avvenne per mano di numerosi proprietari fondiari presenti nei comuni di Capaccio, Agropoli, Albanella, Altavilla e Serre ed ebbe iniziale sede proprio a Paestum, poi presso l'attuale storica sede alla scalo di Capaccio.
Il Consorzio di Bonifica dei proprietari agrari locali subentrato quindi al vecchio concessionario (la Farina Valsecchi) per tutte le opere di bonifica, credette opportuno di avvalersi dell'opera di un' impresa già convenientemente organizzata. La scelta cadde sulla ditta Pasqualin e Vienna, con la quale stipulò, in data 29 giugno, un compromesso, con cui l'impresa si impegnava a provvedere alla compilazione di tutti i progetti occorrenti all'esecuzione dei lavori.

Acquedotto Rurale di Castrullo in costruzione. 
(Fonte: Archivio Università degli studi Roma Tre)
L'ente presentò un proprio progetto di massima firma di Albino Pasini, dell'importo di lire 63.588.186,00. Il progetto prevedeva interventi divisi per acque basse, medie ed alte. Quest'ultime provenienti dai versanti collinari vennero convogliate nei canali medi. La regimazione dei corsi d'acqua Pisciolo, Fosso della Cisterna, Pazzano, Acqua di Ranci, Ciorlito, Capaccio Vecchio, contribuirono ad un più razionale sfruttamento della risorsa acqua.


Accantonato il sistema della colmata si decise di passare di avviare il prosciugamento mediante il sollevamento meccanico (acque basse), affidando il drenaggio per gravità lo scolo delle sole “acque medie”. Per riuscirvi fu realizzato presso la Torre Kernot l'impianto “Idrovora”, capace di pompare 10,000 l/sec. servendo circa 1.600 ha di terreni produttivi.
Le “acque medie” ed una piccola parte di quelle “basse” furono convogliate alla foce Lupata (Fiumarello).



In sintesi le opere realizzate secondo il Piano del Consorzio di Bonifica di Paestum ammontarono a circa 22 km di collettori affluenti all'idrovora per le acque basse, e di altrettanti collettori di scolo per gravità, in opere di bonifica idraulica dei torrenti naturali per circa 8 Km, un acquedotto rurale per l'irrigazione (iniziato nel 1932), la rete stradale e l'elettrificazione della Piana, un mercato ortofrutticolo nei pressi del centro servizi di Capaccio Scalo.

Bonifica idraulica: canale delle acque medie. Consorzio di Bonifica di Paestum. 
(Fonte: Archivio Università degli Studi Roma Tre).
Nel 1932 iniziarono le opere per l'irrigazione della Piana realizzando l'acquedotto rurale della sorgente Castrullo, nel comune di Campagna, capace di irrigare 20.000 ettari di terreno, servendo i fabbisogni di 1.500 aziende attraverso 250 km di condotti. La rete di distribuzione fu realizzata con canalette prefabbricate pensili alte circa 1 metro, ancora parzialmente esistente, ma in larga parte manomessa, costituisce ancor oggi una parte caratterizzante del paesaggio della piana, specie lungo i campi e le stradine interpoderali, facendo da cornice alle coltivazioni e ai poderi.

E' con la legge n.841 del 21 novembre 1950 che anche nella Piana del Sele con un intervento pubblico di espropri e sdemanializzazioni, si apre la grande stagione della Riforma Agraria. Ad esserne interessati furono 8.948 ha, di cui però solo 7.274 ha furono suddivisi in 1.002 poderi e 713 quote, comprendenti i territori dei Comuni di Albanella, Altavilla, Serre, Eboli e Pontecagnano.



Ente protagonista della riforma fondiaria fu l'Opera Nazionale Combattenti (ONC).
Più precisamente nella Piana di Capaccio Paestum furono realizzati 308 poderi per una superficie complessiva di ha 1741.25.00 e 126 quote per una superficie complessiva di ha 186.10.00.

Poderi della Riforma in costruzione.
I primi tentativi dell'ONC di indirizzamento della conduzione dei fondi della riforma furono verso un ordinamento cerealicolo-industriale biennale. In seguitò si optò verso quello zootecnico-industriale-cerealicolo. In tal senso si incentivò la coltivazione delle foraggere poliannuali, ritenute una scelta strategica nel nuovo ordinamento zootecnico-industriale, superando così di fatto i limiti della passata economia agraria.
Contestualmente l'ente promosse l'innovazione dei mezzi di produzione con l'introduzione delle lavorazioni meccaniche, ma anche la diffusione delle moderne tecniche di concimazione e dei trattamenti antiparassitari.
Fu dato impulso allo sviluppo di una moderna zootecnia con l'introduzione di 2,000 capi bovini, 400 suini ed oltre 10,000 riproduttori avicoli.

Il Prodotto Lordo Vendibile (PLV) relativo ai terreni della riforma nel giro di dieci anni si quadruplicò passando dagli 885 milioni di lire del 1953 ai 4.226 milioni del 1962, più precisamente il PLV ad ettaro passò da 154.000 lire a 584.000 lire con un incremento del 370%.
Nel periodo 1950-1960 l'incremento degli allevamenti fu del 50%, il bovino passò da 8.430 capi a 16.540, mentre quello bufalino restò stazionario e si avviò a forme di stabulazione fissa.



Piazza Santini e la Chiesa di San Vito in costruzione.

La meccanizzazione nell'area della riforma ebbe un incremento del 370%, mentre nelle altre zone della provincia di Salerno si fermò al 210%.



Con la Riforma si diede anche seguito in chiave contemporanea a quel progetto di riorganizzazione e pianificazione del territorio immaginato dall'abate Andrea Dini nel secolo precedente: cioè la riorganizzazione del territorio attraverso una maglia di poderi e quote, serviti da una serie di infrastrutture quali ad esempio strade e opere per l'irrigazione, a cui s'aggiungono dei veri propri centri di servizio, cioè i borghi della riforma, nuclei iniziali di una nuova vita comunitaria, sociale, economica e politica.

Si costruirono gli edifici scolastici per far assolvere ai figli dei contadini l'obbligo scolastico, furono promossi corsi popolari per analfabeti e semianalfabeti, corsi di economia domestica rurale, altri corsi d'intesa col Ministero dell'Agricoltura e quello della Pubblica Istruzione, corsi di preparazione professionale, ecc. Nella fattispecie fu istituito a Gromola l'Istituto Professionale per l'Agricoltura.
Altre iniziative furono volte oltre che a dotare dei necessari servizi le nuove comunità anche a formare le prime basi di una nuova convivenza ed aggregazione sociale nelle comunità che nascevano nei vari borghi della riforma: gite d'istruzione anche fuori regione, proiezioni cinematografiche di carattere tecnico, l'apertura nelle borgate di ambulatori medici, biblioteche, circoli sociali, campi sportivi, chiese con annessi locali d'incontro, ecc.


Cartolina del borgo della riforma di Gromola.
Altro aspetto saliente fu la costituzione di una rete organica di cooperative sul territorio. 


Funzione primarie di tali cooperative era la fornitura di crediti e di servizi a prezzi più convenienti di quelli ordinari sul mercato, ma anche di collocamento delle produzioni in forma collettiva strappando prezzi più remunerativi e soprattutto evitando intermediari e concessionari.
Nello specifico a Capaccio furono costituite le Cooperative “Argiva”, “S. Giorgio” ed “Italia”, che raccolsero quasi duemila soci.

Si realizzò anche un livello associativo di grado superiore che riunisse ed organizzasse le singole cooperative in un consorzio o in cooperative specializzate come quelle nel settore lattiero-caseario, che organizzavano un servizio di raccolta, refrigerazione e collocamento presso le industrie casearie.
Esempio di consorzio che raccoglieva le singole realtà cooperative fu la Concooper (Sele d'Oro).

La bonifica e la Riforma Agraria furono gli strumenti di una “riorganizzazione razionale” del territorio della Piana di Capaccio Paestum, che produsse inevitabile ricadute positive sugli assetti economici e sociali della comunità locale. Tale assetto però fu susseguentemente manomesso da uno sviluppo economico, sociale e culturale del tutto confuso e non lungimirante. Un solipsismo individualistico ebbe la meglio sulle forme associative e di cooperazione promosse dall'ente di riforma determinandone il fallimento, ma anche sull'impianto stesso dell'organizzazione del territorio.



Uno sviluppo edilizio non organico e funzionale alle potenzialità del territorio, spesso culminante in un abusivismo diffuso, determinarono un guasto generalizzato del territorio, che compromise anche lo sviluppo del settore agricolo con la parcellizzazione dei poderi e delle quote. La fine dell'impianto della Riforma fu anche la fine di una dimensione etica e culturale dello sviluppo del territorio e della sua comunità.





sabato 22 settembre 2018

PORTA "SIRENA" E' UN FALSO STORICO. PERCHE'?



Tutti conosciamo "Porta Sirena", la porta orientale dell'antica città di Poseidonia, che da verso le colline. Non tutti sanno però che il bassorilievo, che gli ha dato il nome, non rappresenta una sirena ma probabilmente una scilla.

Infatti se guardiamo alle rappresentazioni delle sirene in età classica, esse sono raffigurate come esseri per metà uccelli. Un esempio evidentissimo è il coccio di vaso ritrovato proprio a Posidonia-Paestum a gennaio di quest'anno (fig. 2). Qui la "sirena" è rappresentata come alata.

fig. 2


Altro esempio è uno stámnos attico a figure rosse rinvenuto a Vulci -del V secolo a.C. conservato presso il British Museum, che rappresenta Odisseo (Ulisse) e le sirene (fig. 3).

Fig. 3


Ad essere rappresentate come donne metà pesci erano le scille.

Ancora una volta l'iconografia di età classica ci viene in aiuto.
Un esempio è la placca di terracotta di Melos della seconda metà V sec. a.C., ritrovata ad Egina e conservata a Londra al British Museum (fig. 4) o la Scilla raffigurata su un cratere greco conservato al Louvre (fig.5). 


Fig. 4

Fig. 5


Ma allora perché noi moderni immaginiamo le sirene come metà pesci?

Tutto comincia nell'alto medioevo. Scrive infatti un anonimo anglosassone dell'VIII secolo d.C. nel Liber monstrorum de diversis generibus:


"Le sirene sono fanciulle marine che ingannano i naviganti con il loro bellissimo aspetto ed allettandoli col canto; e dal capo e fino all'ombelico hanno il corpo di fanciulla e sono in tutto simili alla specie umana; ma hanno squamose code di pesce che celano sempre nei gorghi"

La confusione continua nelle rappresentazioni medioevali in ambito sacro e profano (fig. 6).

Fig. 6


Ed è infatti a tali rappresentazioni che si ispira anche lo stemma della famiglia Bellelli (fig. 7).

Fig. 7


In realtà neanche i primi viaggiatori del Grand Tour in pieno settecento avevano piena cognizione di cosa fosse realmente raffigurato sull'architrave della porta orientale.
Lo stesso Paolo Antonio Paoli, nella sua opera "Rovine della città di Pesto, detta ancora Posidonia" del 1784,  si limita a parlare di una figura col petto d’una donna, che altri interpretarono come un grifo, una sirena o una nereide.

Quindi possiamo con sicurezza solo dire che se la donna raffigurata sull'architrave della porta che guarda verso le colline di Capaccio ha delle code di pesce, non si tratta di una sirena, ma di una scilla. Ma in realtà non abbiamo, pare, neanche sicurezza di ciò.


Nota:
La figura 1 è un ingrandimento di un'immagine tratta dall'opera del Paoli (op. cit,).




sabato 15 settembre 2018

MERCATI E COMMERCIO NELLA CAPACCIO DELL'ANTICHITÀ.






La volontà di vivacizzare l'economia locale non mancò agli amministratori dell'800.
Un esempio è quello di un sindaco dell'epoca, il barone de Marco, che chiese all'Intende (1) il permesso di tenere un mercato settimanale, che con l'eversione della feudalità era venuto meno.

Questo mercato aveva origini antichissime se nei documenti cavensi è già citato nel XII secolo.

Si teneva nei pressi della Chiesa di San Nicola, allora piccola abazia benedettina, alla falde del Monte Calpazio presso Capo di Fiume, dove sorgeva l'abitato di Casavetere di Capaccio.

Così il redivivo mercato settimanale venne ad aggiungersi alle tre fiere allora in voga: quella che si teneva in paese in occasione dei festeggiamenti di S. Antonio in giugno, quelle dell'Annunziata a Paestum il 25 Marzo e l'altra il 15 agosto per i festeggiamenti dell'Assunzione di Maria, o meglio della Madonna del Granato, nella chiesa di Capaccio Vecchio.

Cosa si vendeva in queste fiere?

Un po' di tutto, tra cui molti animali come cavalli, pecore ed altri da macello, come si evince da un rapporto del sindaco di Capaccio all'Intendenza.

Inoltre i Capaccesi portavano le loro produzioni anche in mercati di altre cittadine.

Tutte le specie di animali si vendevano due volte all'anno alla Fiera di Eboli, a settembre a quella di Salerno, alla dogana di Salerno invece si vendevano i generi delle derrate ed al Mercato Grande di Napoli le provole.

Ma prima della Fiera dell'Annunziata a Paestum ve ne si teneva anche un'altra più antica nell'ultima domenica di maggio, dedicata ad un santo ormai ignoto ai giorni nostri, cioè San Apollonio.

Fiere molto frequentate e dove probabilmente gli abitanti delle località vicine confluivano per commerciare anche dei beni da loro prodotti e degli animali allevati oltre che a registrare la presenza di numerosi mercanti forestieri.

L'importanza in particolare della fiera di S. Apollonio ci è data dall'obbligo dell'Università (il Comune dell'epoca) di fornire quale obbligo verso il feudatario un certo numero di uomini per rinforzare la “bandiera” del Conte, col compito di mantenere l'ordine e riscuotere le tasse dai mercanti che vi facevano affari.

Ma è in una relazione ad “limina” del Vescovo Bonito del 1682 che si evince il “ruolo” di aggregazione che la Chiesa dell'Annunziata ancora svolgeva in quell'epoca quando afferma la necessità dei lavori di restauro da lui fatti eseguire per “la grande affluenza di lavoratori e pastori, che la frequentavano per assolvere i loro doveri religiosi, e dalla vivacità dei mercati, che vi si tenevano durante la festa della SS. Annunziata”.



Note:
1 - L'Intende era la massima autorità provinciale.