mercoledì 6 novembre 2019

LA PIANA DI PAESTUM TRA TARDO ANTICO ED IL PRIMO MEDIOEVO




Sulla fase di formazione di vasti latifondi in età imperiale nella Piana di Paestum sappiamo assai poco. Scarse o nulle le notizie delle fonti, pochi sono anche i ritrovamenti archeologici su cui tentare di ricostruire le strutture e le dinamiche economiche e sociali dell'epoca.

Sappiamo però che ogni latifondo era sostanzialmente una grande fattoria, con la “villa rustica” come suo nucleo, dove la mano d'opera era costituita essenzialmente da schiavi.

Il latifondismo in età imperiale si sviluppò attraverso un processo di concentrazione delle terre agricole: i piccoli proprietari nella necessità di vivere dell'agricoltura mista non potevano rivaleggiare sul mercato con i latifondi. Ciò determinò anche che buona parte delle terre fu trasformata in pascoli gestiti da schiavi con il ruolo di pastore.

La produzione era specializzata, a seconda della regione, nella produzione di vino, cereali o olive.
Esistevano anche latifondi specializzati nell'allevamento del bestiame; tipicamente situati nei territori della Magna Grecia e in Sicilia.

A Capaccio Paestum “villae” di età imperiale sono state ritrovate in località Gestemani sulla collina di Capaccio e in località Andreuolo a poca distanza a nord dell'Area Archeologica di Paestum.
L'analisi dei toponimi, in particolare quelli medioevali contenuti nei documenti conservati presso la Badia della SS. Trinità di Cava de' Tirreni, ce ne restituisce alcuni di probabile derivazione da gentilizi romani: Valenzano (più tardi Balenzano), “Pazzano”, Rodiliano o Rediliani (l'attuale Rodigliano) o meglio il primitivo nome di Capaccio Capoluogo.

I manufatti ceramici e i frammenti di muri affioranti, testimoniano una frequentazione del territorio rurale e ci consentono di immaginare il paesaggio medievale definito dal susseguirsi di insediamenti sparsi, il cui centro di aggregazione è costituito da piccole chiese.
Di questi villaggi ve ne erano numerosi lungo il Sele, un fiume pescoso e per un lungo tratto navigabile, che poteva essere attraversato in alcuni punti mediante una scafa trainata da muli e che già in età romana era dotato di un porto, il Portus Alburnus.

Di alcuni di questi insediamenti i documenti forniscono i nomi: S. Agata, S. Aniello, S. Barbara, S. Leonardo; tuttavia le indagini compiute nella zona a partire dagli anni ’70 da Paolo Peduto, hanno portato all’individuazione dei centri di aggregazione cultuale di alcuni di questi insediamenti, le così dette parrocchie, o ecclesiae baptismalis o ancora plebes, che tra V e VII secolo sorsero nel territorio per la “cristianizzazione” delle campagne. In alcuni casi queste aule di culto furono realizzate su precedenti edifici tardo romani, come per le chiese di S. Giovanni in Fonte, presso Padula nel Vallo di Diano, o di S. Giovanni di Pratola Serra nell’avellinese, o ancora per l’anonima chiesa, anch’essa con battistero, a Ponte Barizzo.

La fonte battesimale, risalente al V o al VI secolo dopo Cristo, parte di una chiesa con annesso complesso cimiteriale che era sita nell' attuale Ponte Barizzo.

Tali chiese, impiantate talvolta sui resti di ville rustiche, furono rette da un presbitero nominato dal vescovo e dotate di quegli ambienti e spazi necessari per poter espletare le funzioni pubbliche alle quali erano preposte: dal battesimo, all'educazione dei fanciulli, alla cura degli anziani, fino alla sepoltura; spesso intorno a queste plebes avvenivano scambi e mercati. Presso tali piccole chiese rurali i vescovi dovevano necessariamente recarsi durante l’anno per assolvere ad alcune funzioni, come il battesimo e la cresima, per i quali non potevano delegare i presbiteri.

Qui lungo il corso del fiume Sele, poco più a monte dell'attuale Ponte Barizzo, è stato localizzato un complesso ecclesiastico altomedievale con annessa vasca battesimale e cimitero, quasi completamente distrutto dagli sbancamenti agricoli. Frammenti di materiale ceramico affioranti testimoniano una frequentazione del sito a partire dal I-II secolo d. C. al IV e dall’VIII-IX fino al XIV.
L’edificio cultuale fu realizzato con blocchi di travertino pestano, mentre successive modifiche vennero apportate mediante pietre e schegge di travertino di varia pezzatura.
Gli strati archeologici messi in evidenza ed i loro contenuti rivelano che le strutture altomedievali si innestarono sopra altre di epoca tardo-imperiale.
La chiesa di Ponte Barizzo sorse, nei pressi del luogo che ancora oggi è detto Maida, toponimo germanico che indica il quadrivio, lungo la strada che dalla vicina scafa sul fiume conduceva verso Paestum e Capaccio Vecchia.
Questa chiesa aveva di fronte all'ingresso dell'aula principale il battistero con la fonte battesimale per immersione, mentre tutto attorno vi era il sepolcreto.

Nel Medioevo esistevano numerosi attracchi lungo il Sele, ancora oggi in gran parte navigabile, ma allora di ben altre dimensioni. Tali approdi dovevano essere disposti nei pressi dei casali ricordati dalle carte notarili, come il casale di S. Nicola a Mercatello, che viene concesso ad Andrea Massacanica “cum portu fluminis ipso casali propinquo” (1), e il villaggio dove sorgeva la chiesa di S. Vito.

San Vito al Sele (Eboli, SA). Planimetria dello scavo. (Da MELLO, 2001, p.118).

Proprio risalendo il Sele, sulla riva destra, in località Santa Cecilia, sorge la Chiesa dedicata al santo martire Vito (2), in precedenza sulla sponda sinistra del fiume.
Qui anticamente vi doveva essere un vero e proprio insediamento abitativo di cui la piccola chiesetta era parte. L'attuale impostazione architettonica della chiesetta è il frutto delle successive rielaborazione di quella romanica di età medioevale, ma anticamente essa si doveva presentare ben diversamente come attestano i sondaggi effettuati dall'Università degli Studi di Salerno tra il 1987 ed il 1992, che hanno rivelato una struttura, con un mosaico del V – VI secolo d. C., identificato come parte di un sacello cristiano.
Frequentazioni più antiche sono attestate da ulteriori ricognizioni archeologiche che vanno dal I – II al VI e VII sec. d. C.. Frequentazione dei luoghi che sarebbe continuata sino in età alto-medioevale quando l'antico approdo fluviale ivi presente si sarebbe insabbiato a causa delle esondazioni del Sele.
Sulla sinistra Sele, invece, presso l'attuale Pontebarizzo sarebbe stata rinvenuta i resti di una fonte battesimale datata tra il VI ed il VII sec..

La Chiesa di San Vito sul Sele.
Fonte Archivio Ebad.

Diversamente da quanto comunemente creduto pare che ancora nel VI sec. d. C. la pianura pestana nonostante il suo generale stato di degrado abbia ancora margini di vitalità se da una lettera di Cassiodoro del 508-511 appendiamo che Teodorico ordinò ai proprietari di navi della Lucania di trasportare in Gallia prodotti di varia natura per aiutare quelle popolazioni sofferenti per una brutta carestia.

Una temporanea ripresa dell'economia e dei traffici in tutta la regione durante la seconda metà del III secolo, era stata promossa dai lavori di sistemazione della via Annia, dalla riforma operata da Diocleziano in campo economico ed amministrativo ed è documentata da una ricca circolazione monetaria, durata fino ai tempi dell'imperatore Arcadio (395-408). Ciò non aveva impedito comunque che il patriziato abbandonasse le città e si ritirasse nei possedimenti di campagna, quelle
ville rustiche situate per lo più lungo le pendici collinari a ridosso delle aree pianeggianti.

Verso la fine VI sec. d. C. l'antica città di Paestum è ormai in piena decadenza.

Dell'antica città nulla rimane se non un piccolo villaggio prevalentemente arroccato intorno al tempio comunemente detto di Cerere, ma anche da piccoli nuclei abitativi sparsi, “a macchia di leopardo”. Nuovo insediamento realizzato essenzialmente con materiale di riuso.

L'Athenaion è trasformato in basilica cristiana e prima cattedrale e vicino ad essa doveva sorgere il complesso episcopale (3).

Poco distante l'attuale Chiesa dell'Annunziata, allora basilica cimiteriale, era costituita da un'unica navata, che poi diventeranno tre nel rifacimento romanico dell'XI secolo.

La Chiesa dell'Annunziata di Paestum prima dell'ultimo restauro.

L'accentrarsi e lo stringersi della comunità pestana intorno al Tempio di Cerere è probabilmente dovuto al fatto che esso sorge su uno dei punti più alti, mentre la restante parte della città, come anche pare l'intera Piana, viene interessata, per alcuni, sin dal I sec. d. C., da un progressivo impaludamento.

Sulle cause si discute ancora e vanno da un'ipotetico bradisismo al semplice ristagno delle acque incrostanti del Capodifiume nella città.

Secondo il Maiuri le acque del Capodifiume penetrarono attraverso il varco di Porta Marina, depositando spessori crescenti di travertino fino ad un massimo di 5 metri nei punti più depressi. Le acque dilagavano anche intorno ai templi, incrostando il lastricato stradale e l'abitato medioevale.

Di certo non estraneo al generale impaludamento della piana pestana fu l'intensivo ed indiscriminato disboscamento imputabile all'estensione sempre maggiore del latifondo e delle terre da pascolo e alla massiccia richiesta di legname per uso edile e navale. Di conseguenza il fiume Sele spogliato di quel manto boschivo, di cui parla anche Virgilio, aveva esondando e modificando il suo percorso nel tempo dando vita tra il suo alveo e le mura della città antica ad un susseguirsi di acquitrini, di cui i nomi di alcuni di essi ritroviamo in tanti documenti d'epoche diverse: Sele Morto, Codiglioni, Vadulata, Cerzagallara, Laura. Ciò aveva prodotto l'abbandono della via litoranea che, attraverso Paestum e la foce del Sele, collegava il massiccio del Cilento Antico con Salerno; i contatti lungo la costa erano rimasti affidati quasi esclusivamente alle vie marittime.

Particolare della Tabula Peutingeriana, copia del XII-XIII secolo di un'antica carta romana, mostra le vie militari dell' impero romano. 

Probabilmente è da riferire all'incremento delle colture specializzate, particolarmente del vigneto, se nella seconda metà del IV sec. si era determinata una sovrabbondante produzione enologica, tanto che la quantità di vino che i Lucani erano obbligati a portare a Roma era stata allora prima convertita in un corrispettivo in carne suina, indizio anche della diffusione dell'allevamento brado, poi in un corrispettivo in denaro, incontrovertibile testimonianza, quest'ultima, di una regolare circolazione monetaria. Mentre le città entravano allora nel pieno della loro decadenza, spopolate ed oberate dai prelievi fiscali imperiali, nella regione si era andato diffondendo il cristianesimo, contrastato dai culti pagani, che nel IV sec. erano ancora fortemente vitali.

Le invasioni barbariche incominciarono a raggiungere il Meridione nel 410 d. C. con le orde dei Visigoti, i primi a penetrare in quell'anno nel territorio salernitano, dove assediarono inutilmente Salerno, ma che, nel proseguire la loro marcia verso il Sud, inflissero danni a tutta la regione, dalle zone del Picentino ad Eboli e per tutto il Vallo di Diano, tanto che l'imperatore Onorio dovette esentare, tra le altre, anche le popolazioni della Lucania dal pagamento di una gran parte dei consueti tributi.
A partire dal 439 d. C. le zone litoranee del Tirreno subirono le periodiche incursioni dei Vandali insediati sulle coste dell'Africa, con l'eccezione delle città fortificate, quali Paestum, Velia, Molpe, Bussento.

La diaspora dei fuggiaschi verso posizioni più sicure, quasi sempre verso l'interno del territorio, portò all'incremento delle “villae” e delle “massae”, ma il generale contraccolpo economico si avvertì nelle città che, paralizzate nelle attività produttive e commerciali, videro un ulteriore calo demografico ed una diminuita circolazione monetaria.

Le successive invasioni barbariche, quella degli Eruli, che conquistarono Salerno, e dei successivi Goti di Alarico, non ebbero ulteriori impatti negativi sul territorio pestano.

Di fatto probabilmente come in ogni altra località dell'Italia meridionale continuò a persistere il sistema del latifondo, dominato dai “possessores”, sovente arbitri del destino di intere regioni, legati agli interessi dell'Impero occidentale prima, a quello di Bisanzio poi. Al loro sistema di gestione si allineò quello dei patrimoni fondiari della Chiesa, definiti dal termine “massa”, tuttora cosi frequente nella nostra toponomatica.

Paestum ormai agonizzante, perdeva l'egemonia sulle campagne circostanti.
Come molte antiche città dell'epoca in irreversibile crisi, anch'essa vide non solo la produzione ma anche la vita concentrarsi nelle ville rustiche o curtes dominicae, nelle massae, nelle condomae, nei vici posti a ridosso degli assi viari, in tutte quelle forme di aggregazione extraurbana che costituiranno poi sovente i primi nuclei dei villaggi medioevali. A completare lo scenario il prevalere degli allevamenti bradi che occuparono le aree sempre più vaste a dispetto dell'agricoltura.

A spezzare questo nuovo equilibrio economico e demografico della nostra Piana fu la terribile guerra greco-gotica, che proprio in Lucania (4) ebbe uno dei suoi scenari più cruenti.
 Questo tremendo evento però portava con sé i semi di una nuova rinascita. Con le truppe bizantine con funzione di supporto spirituale arrivarono anche i monaci greci (intendendosi con "greco" non la provenienza, ma la fede ortodossa), che svolsero un importante ruolo nella ripresa economica e sociale delle nostre zone sia con la rimessa a coltura di terre abbandonate che per la diffusione di nuove tecniche e tecnologie agricole.
Ad essi si affiancarono in seguito i monaci benedettini, che ebbero anch'essi un ruolo importante nello sviluppo economico e sociale del nostro territorio (5), che con i nuovi dominatori, i Longobardi, assicurarono alla nostra zona un lungo periodo di benessere (relativo ai tempi) che si protrasse sino a quasi la fine del XIII secolo, quando la guerra del Vespro, che contrappose le due dinastie degli Angioini e degli Aragonesi, creò un nuovo disastroso guasto del territorio.
Ma questa è un'altra storia.

Il cenobio basiliano di età alto medievale della Linora.
(Foto di Roberto Paolillo)



Note:
1) Il Sele all'epoca era molto diverso da come oggi lo vediamo. Oggi è solo il fantasma di ciò che era in passato ridotto nella portata delle acque dalle captazioni alle sue fonti a servizio dell'Acquedotto pugliese del Sele. La foce era a delta e il suo corso navigabile. Scrive il geografo arabo Al-Idrisi o Edrisi, vissuto a Palermo al tempo del re normanno Ruggero II, ed autore del trattato dal titolo “Sollazzo per chi si diletta di girare il mondo”, noto anche come “Libro del Re Ruggero”: “Da questo (dal fiume Aso) al fiume Sele, dodici miglia. E' un fiume copioso d'acqua, nel quale entrano le navi. Le sue sponde sono difese da foreste e paludi, di maniera che offre entro terra sicuro ancoraggio alle navi ed ai legni da guerra. Dal Sele al Golfo di Agropoli, e poi all‟isola di Licosa, vicina alla terra e senza porto, venti miglia”
2) San Vito è il santo patrono del Comune di Capaccio Paestum.
3) Amedeo Maiuri che studiò il sito annota “Murati gli intercolumni ed abbattuti i muri della cella, si era trasformata in un'età imprecisata in una basilica cristiana”, Maiuri, 1986, pag. 64.
(4) L'antica Lucania iniziava proprio dal Sele, che ne era il confine settentrionale.
(5) I benedettini, che ebbero una loro primitiva comunità presso la Cappella di San Nicola a Casavetere di Capaccio, più o meno l'attuale borgo di Capo di Fiume, svolsero un importantissimo ruolo nella vita economica e sociale di Capaccio.
Contribuirono non solo a formare una cospicua comunità di contadini possidenti e quindi liberi attraverso la concessione di fondi in pastinato, recuperando terreni incolti, ma anche al miglioramento delle condizioni ambientali con opere di drenaggio ed irrigazione dei terreni. Inoltre i numerosi mulini che proprio i benedettini contribuirono ad edificare testimoniano una diffusa produzione di cereali, tali da essere commercializzati verso Salerno ed altre importanti mercati tirrenici.




lunedì 28 ottobre 2019

PASSANDO PER PAESTUM: turisti per caso nella Paestum di inizio ottocento.

Nel maggio del 1838 due giovanissimi gentiluomini inglesi, Arthur John Strutt e William Jackson, giungono a Paestum.
Avevano iniziato il loro viaggio da Roma, da dove si erano incamminati in questa straordinaria avventura solo con dei sacchi da montagna, con pochi indumenti essenziali, degli album da disegno e della carta da scrivere per tenere un diario.
Il viaggio rigorosamente a piedi con dei bastoni con punta di metallo, quali ausilio al viaggio e forse a propria difesa.
Il viaggio era non facile.
Le strade non sempre agibili, anzi... 
Il pericolo costante di fare cattivi incontri, in particolare la sventura di imbattersi nei briganti. 
Il diario dello Strutt è anche un' interessante testimonianza sulla realtà umana che incontravano nel loro viaggio.
Per me, Capacciopestano, leggere quelle pagine scritte dallo Strutt sono occasione per un'amara riflessione.
Stridente è il raffronto tra l' accoglienza ricevuta a Paestum e quella nei paesi cilentani visitati nel loro viaggio verso le Calabrie.
Da una parte la bellezza mozzafiato dei templi si contrappone all' atteggiamento avido e meschino dell'umanità che li popola, dall'altra l'estrema povertà dei "disperati" cilentani (come tali erano stati descritti a Paestum ai giovani inglesi) che però manifestano una generosa e calda accoglienza nei confronti dei due stranieri.





PAESTUM di ARTHUR JOHN STRUTT.


PAESTUM, 13 maggio 1838

...
Questa mattina ci mettemmo in marcia di buon mattino e fummo compensati per il riposo forzato di ieri dal fatto che la pioggia aveva completamente eliminato la polvere.
Incontrammo moltissimi "caratelli" e carrozze che andavano a Salerno e non potevamo fare a meno di notare che tutti i passeggeri erano armati: in tutte le direzioni, dai finestrini sporgevano fucili.
La strada di Pesto si separa dalla grande arteria che va in Calabria a circa 12 miglia da Salerno. Questa seconda parte ci appariva tediosamente uniforme sia per le vaste pianure che attraversava, sia per la nostra impazienza di ammirare antichità così venerabili. Ciò nonostante, devo confessarvi che mi concedetti una sosta di mezz'ora proprio quando ero in vista di Paestum!
Il fatto è che ci imbattemmo in un pastore così irresistibilmente pittoresco che non potrei sottrarmi alla tentazione di aggiungerlo alla mia collezione.
Indossava un giubbetto blu e brache verdi.
Da una spalla pendeva il capo più caratteristico del suo abbigliamento e cioè un giaccone di pelle di pecora, sul quale era un corto e logoro mantello marrone scuro.
Le gambe erano avvolte in fasce gialle; ai piedi erano legati sandali di robusto cuoio. Coronava il tutto un leggero cappello marrone a pan di zucchero.
Egli era occupato a lavorare una canna con la quale intendeva farsi uno strumento con cui rallegrare la malinconia delle sue ore solitarie, se solitarie erano per lui.

Pianta ottocentesca di Paestum.

...
Al nostro arrivo nella città deserta, si impossessò di noi una cenciosa guida che ci condusse ad una squallida casa di campagna, l'unica locanda ed anzi quasi l'unica casa di Pesto. Il padrone è perciò libero di chiedere tutto quel che vuole per la misera ospitalità. Fummo lieti di allontanarci dalla sua sgradevole presenza e, depositando i nostri sacchi da montagna nella stanza destinataci, ci muovemmo per visitare i templi.
Quello di Nettuno è senza dubbio il più perfetto e quello che colpisce di più, sia per le proporzioni che per il colore. Mentre le sue massicce colonne si accendevano sotto i raggi del sole, allora nella gloria del tramonto, pensavo di non aver mai visto prima una cosa così bella.
Tirai fuori il mio album in uno stato di estasi.
Cominciai a lavorare, ma - ecco! - il mio entusiasmo vien soffocato sul nascere dalla disgustosa apparizione di un funzionario dal naso rincagnato, con un berretto lucido ed una giacca sul collo rosso.
Con tono autorevole, mi chiese se avevo avuto dal Governo il permesso di disegnare la "pianta", come egli si espresse, delle rovine.
Ahimè!
Di nessun permesso del genere avevo sentito parlare.
Fui obbligato a confessare, con vergogna ed umiliazione, che non ero in possesso del documento richiesto.
La consegna fu che mi venne severamente proibito di continuare a dipingere.
Scoprimmo però che la severità di quel tipo doveva meravigliosamente scomparire all'idea di una mancia.
Egli fu felicissimo di accettare tre denari e mezzo per farci visitare le cose più notevoli.

Arthur John Strutt 

Fu con grande dispiacere che ci allontanammo da queste venerande rovine; né trovammo motivi di molta consolazione nella cena consistente in pesciolini preparati con olio, aceto ed aglio; pure, poiché avevamo molta fame, il pasto fu consumato abbastanza allegramente in compagnia di due artisti, tedesco l'uno, napoletano l'altro, che sono qui da qualche tempo per compiere uno studio delle rovine.
Ed ora, esaurita la nostra indignazione, ci prepariamo a conciliarci il "gentil sonno" che, amante com'è di ambienti resi bui dal fumo, acconsentirà senza alcun dubbio ad elargire i suoi benefici a questa dolce dimora.



Lo stralcio è tratto da Passando per il Cilento, edito da Galzerano Editore.

lunedì 19 agosto 2019


Io sono il mare.
Io sono la terra.
Io sono Capaccio Paestum.
#noninquinolamiaterra

mercoledì 14 agosto 2019

LA MADONNA DEL GRANATO (ISIDE, HERA) E LE SUE SEI SORELLE.





Quello della Madonna del Granato è il culto che unisce tutti i Capacciopestani al di là dei campanilismi contradaioli.
È un culto antichissimo in cui non pochi studiosi hanno visto una continuità con quello di Hera Argiva, una delle principali divinità venerate nell'antichità classica a Poseidonia/Paestum.

In realtà parrebbe che questa ipotesi si fondi su presupposti erronei.

A trarre in inganno gli studiosi sarebbe stata la somiglianza tra le raffigurazioni poseidoniate di Hera con quella dell'attuale Madonna venerata nel santuario mariano sul Monte Calpazio.
Entrambe infatti parrebbero rappresentate con una melagrana in una mano.
Ipotesi suggestiva che però è smentita da quanto sappiamo storicamente.

Già Vincenzo Rubini nel suo studio "La Madonna con la melagrana nel Santuario di Capaccio Vecchia" mise in dubbio tale ipotesi evidenziando come l'attuale statua della Madonna del Granato sia una copia di un originale quattrocentesco, forse di scuola senese (1).
Probabilmente precedentemente dovette essere al centro del culto Mariano sul Monte Calpazio la statua di fattura medioevale detta dai Capaccesi “a Maronna ri muschilli”, oggi perduta.
In essa non vi è alcuna melagrana.
Anzi il titolo con cui la chiesa sul Monte Calpazio è citata nel periodo medioevale è quello di “Santa Maria Maggiore sul Calpazio”.



Se, quindi, non vi è a Capaccio una continuità nelle raffigurazioni e di culto tra la Madonna del Granato ed Hera, è anche vero che quella che appare come una melagrana nelle stesse raffigurazioni dell'Hera pestana potrebbe non esserlo.
È il dubbio di Marina Cipriani, storica ex direttrice del Museo e degli Scavi di Paestum, che vi intravede piuttosto una mela.
Dubbio non tanto peregrino se pensiamo che l'albero dalle mele d'oro del Giardino delle Esperidi era il dono che, Gaia, la madre terra, fece ad Hera in occasione delle sue nozze con Zeus.
 

La Madonna della melagrana di Jacopo della Quercia, inizi quattrocento.


La Madonna con la melagrana di Lucera, metà XIV secolo.


La Madonna "ri muschilli"


L'antica Madonna venerata a Capaccio Vecchia è una Madonna assunta in cielo come Regina Coeli, posta a capo della  comunione dei Santi e delle gerarchie angeliche e  come tale la prima mediatrice ed interceditrice di ogni grazia a favore di ogni creatura.   
La Madonna di Capaccio Vecchia, quindi, per come è rappresenta, seduta in trono e con Gesù Bambino in braccio, è assimilabile, facendo un parallelo con l'iconografia pittorica cristiana, ad una Madonna in Maestà.

È in questo suo aspetto che trova spiegazione il simbolismo della melagrana.
In genere la melagrana è ridotta ad un generico simbolo della vita, di fertilità, produttività e ricchezza.
In realtà si tratta di una generalizzazione, tipica dell'approccio al simbolo della modernità, che non tiene presente che questo assume significati e sfumature diverse non solo in ogni cultura e civiltà, ma in queste varia nel tempo e dal contesto.

Sulla Madonna di Capaccio Vecchio abbiamo già detto qualcosa precedentemente descrivendola come Regina Coeli. Non a caso Gesù è rappresentato alla sinistra di Maria (che è la destra del "Figlio") in piedi ed in atto benedicente verso la madre.
Ciò perché il Cristo è colui per mezzo di cui tutto è stato fatto (come nel prologo del Vangelo di S. Giovanni), è il Logos, creatore e sovrano del Mondo (il creato), ma è anche ipostaticamente uomo nato da Maria, che fa di questa donna non toccata dal peccato (immacolata concezione) madre del Re del Mondo e quindi "Regina" del Cielo e della Terra.

Ma sono l'abito dorato e la melagrana che chiariscono il ruolo di questa madre e regina.

La veste d'oro della Madonna del Granato non è semplicemente un riferimento alla sua regalità, come spesso ingenui commentatori errando affermano, ma un esplicito riferimento alla "donna vestita di sole" dell'Apocalisse di Giovanni (Ap. 12), che nient'altri è, nell'interpretazione medievale, che la Madonna, che, come "seconda Eva", è destinata a "schiacciare il capo" del serpente (Genesi 3,15).





Ma è la melagrana nella mano della Vergine (nel nostro caso come parte qualificante di uno scettro) ad indicarci un "qualcosa che è nelle sue mani", cioè in suo potere, ed a chiarirci meglio lo scopo e la funzione della sua " regalità". 

È la particolarità della melagrana a rivelarci quale sia il suo significato simbolico in tale contesto.

La presenza di una pluralità di semi, però uniti tra loro nel frutto e come tali mostrati in una apertura nel guscio, richiama uno specifico significato: quello dell'unità di una moltitudine, cioè l'unità dei cristiani nel corpo mistico di Cristo ed alla comunione dei Santi.
Tale concetto è espresso nella tradizione cristiana sotto diverse forme: "il tralcio e la vite" nel Vangelo di Giovanni (15, 1-8) o in San Paolo come "corpo e membra" nella I Lettera ai Corinzi (12- 27).
È così sottolineato il ruolo della Madonna quale mediatrice ed elargitrice della "grazia", in quanto Madre di Gesù e quindi partecipe della dignità regale di Cristo, ma anche del suo influsso vivificante e santificante sui membri del Corpo Mistico.

Così pare che torto non avesse mons. Giuseppe Rocco Favale, già Vescovo di Vallo, quando nel 1992 in occasione della cerimonia di elevazione del Chiesa della Madonna del Granato a "santuario mariano diocesano", indicò questa Madonna come "delle Grazie".

Le Madonne in Maestà sono legate spesso al patronato della Vergine sulla città ed eseguite in connessione con eventi traumatici (battaglie, pestilenze ecc.).
Particolare questo molto interessante perché l'originale dell'attuale statua lignea della Madonna del Granato era quattrocentesca, periodo assai travagliato per la comunità capaccese di allora, che aveva visto diverse guerre, carestie ed epidemie avvicendarsi.
Difatti San Vito sarà elevato a Patrono di Capaccio solo nel 1708 ad opera del vescovo Francesco Paolo Nicolai in concomitanza dei restauri, da lui promossi, della antica cattedrale.
È possibile, quindi, ipotizzare che anticamente protettrice e patrona dell'antica città di Capaccio fosse la Madonna e per questo ad essa fosse dedicata la più importante chiesa cittadina, cioè la cattedrale.

Altro aspetto caratterizzante la nostra Madonna è la particolare posizione del presunto pomo di melograno, che non è tenuto nel palmo della mano o fra le dita, come avviene con le altre Madonne col granato, ma all'apice di quello che appare come uno scettro che stringe nella mano destra.
In tal senso tale rappresentazione anche se particolare potrebbe essere coerente con quella di una Madonna in Maestà, e quindi regina, con gli attributi della sua regalità, il Cristo bambino, che ne è la fonte, e lo scettro da sempre insegna del potere dei sovrani.

In realtà in passato si è obiettato che lo "scettro" fosse frutto di una non fedele riproduzione nell'attuale copia moderna dell'originale quattrocentesco andato distrutta in un incendio ad inizio novecento oppure ad una aggiunta postuma. Ma una ricognizione delle foto di inizio secolo scorso e di una stampa del 1796 paiono smentire queste tesi.
Questa peculiarità della Madonna di Capaccio Vecchia darebbe spazio ad interessanti suggestioni ed ipotesi, che però in questa sede preferisco non affrontare.



Madonna della Mazza (sec. XII-XIII), Pretorio (CH). 



Madonna in trono con il Bambino realizzata tra gli ultimi decenni del XII e gli inizi del XIII secolo da un maestro abruzzese. Castelli (Teramo), chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista


La Madonna del Granato è festeggiata da tempo immemorabile il 15 agosto, giorno in cui la liturgia cristiana celebra l'Assunzione di Maria in Cielo.
Anche se il dogma dell'assunzione di Maria in Cielo è recente (2), il culto è antichissimo (3).

Una delle caratteristiche delle celebrazioni della Madonna del Granato è la processione delle “cente”, espressione di una religiosità popolare diffusa nell'intero Cilento. Queste sono delle offerte votive in vimini o in legno leggero a forma di barche (ma anche quadrate o rotonde) con delle candele disposte l’una accanto all’altra, con nastri multicolori, fiori ed immagini sacre.
Proprio la forma a barca delle cente ha fatto ipotizzare alcuni studiosi che esse siano un retaggio dell’antico “Navigium Isidis”, un rito isiaco nel quale si riempiva una barca di fiori e offerte a Iside.

La processione delle cente a Capaccio Vecchia 


Si potrebbe così ipotizzare, ma con un sano dubbio, che si tratti di una forma della religiosità antica transitata nella cristianità e diffusasi successivamente nel culto mariano come sincretismo di forme ed usi pagani che i cristiani dei primi secoli praticarono per assimilarle.

Dice infatti il Frazier:
“ ...L'Egitto può aver contribuito al suntuoso simbolismo della Chiesa cattolica, come ne contribuì alle pallide astrazioni della teologia. Certo nell'arte la figura di Iside col bimbo Oro al seno somiglia talmente alla Madonna col Bambino che ha qualche volta ricevuto l'adorazione di inconsapevoli cristiani. Ed è forse a Iside, nel suo posteriore carattere di protettrice dei marinai, che la Vergine Maria deve il suo bell'epiteto di Stella maris. (4).

Ma a infittire il mistero è la leggenda delle “sette sorelle”.

“Beata quella bella Sant'Anna! 
Sette figlie, e tutte sette Madonne.”

Così recita un antico canto sulle sette Madonne sorelle, figlie di Sant'Anna e San Gioacchino.
 Il riferimento è a sette Madonne che in sette santuari diversi sono venerate secondo una tradizione non solo campana. (5)

Nelle diverse tradizioni popolari “a volte i santuari o le Madonne collegate erano posizionate anche in regioni diverse, ma a volte erano nello stesso paese o anche nella stesa chiesa.

Ognuna aveva una sua specifica collocazione e una sua caratteristica propria. I nomi, le fattezze delle statue o dei dipinti, le proprie specificità le distinguevano una dall’altra (per aiutare il parto, per il latte, per una malattia particolare, per la siccità, per la buona morte ecc.)” (6).

Nel Cilento le sette madonne sorelle sarebbero:

la Madonna del Granato a Capaccio Vecchio sul Monte Calpazio a m. 254;
la Madonna della Stella a Sessa Cilento sul M. della Stella, m. 1.131;
la Madonna della Civitella a  Moio della Civitella sul M. Civitella, m. 818;
la Madonna del Carmine a Catona sul M. del Carmine, m. 713;
la Madonna della Neve a Piaggine-Sanza sul M. Cervati, m. 1.899;
la Madonna di Pietrasanta a San Giovanni a Piro sul M. Pietrasanta, m. 528;
la Madonna del Sacro Monte a Novi Velia sul M. Gelbison o Sacro, m. 1.707.

A volte nelle diverse tradizioni popolari tra queste sette Madonne  ce n'è una "brutta", perché con la pelle scura come nel caso del Cilento quella del Sacro Monte.

In generale per le cosiddette “Madonne Nere”, taluni studiosi hanno ipotizzato una continuità storica e devozionale con il culto isiaco.

Iside ed il figlio Horus.


La Madonna nera di Rocamadour.




Si immagina, infatti, che il culto delle Madonne Nere si sia originato dal culto alla dea egizia Iside, poi assimilato nella tradizione cristiana.



Madonna di Monserrato al Castello (XVI sec.) Palermo


La Mare de Déu de Montserrat (XII sec.), Monistrol de Monteserrat


Iside era raffigurata in nero in quanto la dea rappresentava la notte che partoriva l'alba, cioè il Dio sole. Successivamente, con la diffusione del cristianesimo, alcune sue statue dovettero essere modificate per assumere i tratti di una Madonna, dando origine al culto delle Madonne Nere, che si diffuse in tutta la cristianità.

Vi è dunque un nesso tra il culto di Iside, le Madonne Nere, le cente, la Madonna del Monte Gelbison e quella del Granato?

Probabilmente no, ma è un'ipotesi interessante e suggestiva sulla quale indagare, anche se il culto di Iside è storicamente attestato in tutta la Campania in epoca ellenistica e romana e forse secondo alcune ipotesi anche nella nostra Paestum. (7)





L'abside del Santuario della Madonna del Granato (anni '70).





Note:
(1) L'originale statua quattrocentesca fu distrutta in un incendio ad inizio novecento. Quella attualmente ne è una fedele copia.

(2) La Chiesa cattolica l'ha riconosciuta come dogma della fede nel 1950 con Pio XII con la costituzione apostolica Munificentissimus Deus: “la Vergine Maria completato il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo".

(3)  Le origini della festa dell’Assunzione (Dormitio Mariae) si trovano in Oriente, nella metà del VI sec., come risulta dalla narrazione dei pellegrini che hanno visitato Gerusalemme in quegli anni. Verso la fine del VII, l’imperatore Maurizio estende la festa a tutte le regioni dell’Impero, fissandola al 15 agosto.
 In Occidente, i primi segni di una festa “in memoria” della Vergine appaiono nel VI secolo, precisamente nella Gallia, dove viene celebrata il 18 gennaio sotto il titolo di Depositio Sanctae Mariae.
A Roma la celebrazione della festa dell’Assunzione viene introdotta nel VII secolo da papa Sergio I, assieme ad altre feste mariane: la Purificazione, l’Annunciazione e la Natività; e ben presto diviene anche la più importante di tutte, conservando fin dalle origini sia il nome sia il significato attuali.
Da Roma poi si estende rapidamente, durante i secoli VIII e IX, a tutto l’Occidente, anche nella Gallia, precisando il contenuto e stabilendo la data della festa al 15 di agosto.

(4)  J. G. Frazer, Il ramo d'oro, pag. 603, vol. 2, Boringhieri, 1973.

(5)  Abbiamo ad esempio le sette sorelle del Gargano: Tremiti, Rodi (Madonna della Libera), a Vieste ( Madonna di Merino), Mattinata (Madonna della Luce), a Manfredonia (Madonna di Siponto), Rignano (Madonna di Cristo) e a San Marco in Lamis (Madonna di Stignano).
Le sette sorelle campane: la Madonna dell'arco di Sant'Anastasia, la Madonna Pacchiana di Castello di Somma Vesuviana, la Madonna delle Galline di Pagani, la Madonna dei Bagni di Scafati, la Madonna dell'Avvocata di Maiori, la Madonna di Materdomini di Nocera Superiore, la Madonna di Montevergine in provincia di Avellino.
Ma vi sono numerose altre sette sorelle: le sette sorelle madonne di Capitanata, le sette sorelle madonne incoronate del Foggiano, le Madonne sorelle coronate nella transumanza ed altre.

(6)  Gabriele Tardio , Le leggende delle Sette Madonne Sorelle, pag 4,

(7) In una lastra di marmo bianco ritrovata nel 1965 sul lato ovest del Tempio di Cerere, conservata presso il Museo di Paestum, vi è un' iscrizione che celebra il restauro del Tempio di Iside e dei suoi porticati da parte di una donna della Gens Laureia.
È  la prima menzione di un santuario della dea egiziana a Paestum.
L' epigrafe è datata alla fine II secolo o inizio III secolo dopo Cristo.
Fonte: M. Mello e G. Voza, Le iscrizioni latine di Paestum.