mercoledì 1 luglio 2009

Un esempio di politica economica e sociale nella Capaccio di due secoli fa.



L'assalto al latifondo. Nella foto Gaetano Paolino che di quelle lotte di riscatto e libertà
 fu protagonista.


IL MONTE FRUMENTARIO DELLA PIETA’ (1845 – 1870)
Un esempio di politica economica e sociale nella Capaccio di due secoli fa’.
I parte
di Vincenzo Di Sirio

Il Monte Frumentario è un esempio di politica illuminata di quel nobilitato borghese che allora guidava le sorti del nostro paese, spesso negletto ingiustamente da certa letteratura, che seppe nei momenti di crisi economica, sociale e politica, creare anche strumenti d’intervento a beneficio della propria comunità. Cosa che oggi, invece, la leadership economica e sociale contemporanea non sa o non vuole fare, tutta presa a piegare istituzioni e politica al proprio tornaconto.

 Il 12 gennaio 1845 “giorno sacro alla nascita dell’Augusto Sovrano” (Ferdinando II), il consigliere provinciale Michelangelo Bellelli di Capaccio fece un deposito di 30 ducati presso l’Amministrazione Comunale per l’istituzione di un Monte Frumentario. La “generosa e pia opera” fu annunziata al pubblico, da Monsignor d’Alessandro, Vescovo di Capaccio, “allorché si andò in Chiesa per cantare l’Inno Ambrosiano” per quella “fausta ricorrenza”. Nasce così nella nostra cittadina il Monte Frumentario, una particolare istituzione di “beneficienza comunale” (oggi diremmo ente socialmente utile), il cui scopo era di assicurare la semenza ai piccoli proprietari ed ai coloni senza mezzi, concedendo mutui a breve termine in granaglie, con tenui interessi. La scarsità di capitali, infatti, era da sempre il problema dei piccoli proprietari terrieri, che spesso erano costretti a sottomettersi al gioco dell’usura. Strumenti come l’usura e le frodi non furono,infatti, estranee alla formazione delle vaste proprietà terriere locali. Così il 55% delle piccole e medie proprietà si ridussero in modo notevole nel decennio 1820 – ’30 finendo nelle mani di pochi.

Fu, infatti, precisa volontà del governo borbonico moltiplicare iniziative analoghe ai Monti Frumentari sul territorio della nostra provincia, sotto l’impulso dell’allora Intendente, Marchese Spaccaforno, per placare e lenire quel malessere economico che aveva creato le turbolenze sociali e politiche di quegli anni. Alla chiamata per l’istituzione di quel benefico ente risposero oltre il già citato M. Bellelli e il vescovo, anche D. Domenico Farinelli, Vicario Generale (15 ducati), Francesco S. Bellelli (15 ducati), Ferdinando Bellelli (15 ducati), Francesco dei baroni de Marco (15 ducati), la Casa comunale (15 ducati), d. D. Bamonte, per la Chiesa parrocchiale (12 ducati), Pantaleone d’Alessio (8 ducati), Gennaro d’Alessio (8 ducati), Domenico Maida (6 ducati), Giustino Cremone, Giudice Regio (4 ducati), Luigi Tanza (4 ducati), Michelangelo di Deo (4 ducati), Pasquale Bellelli (4 ducati), per un totale di 185.oo ducati. In realtà, però, quella somma rimase bloccata nelle casse comunali sino all’agosto del 1847. Infatti, il Monte Frumentario per esistere come persona giuridica avrebbe dovuto ricevere la Sanzione Reale. Nel frattempo l’intendente Spaccaforno (qualcosa di simile all’attuale prefetto) si preoccupò di ricevere l’assenso del Ministro degli Interni all’acquisto del grano da distribuire agli agricoltori indigenti. A tale compito fu delegato Michelangelo Bellelli, il quale però fu occupato per 2 mesi lontano da Capaccio. Si pose così il problema di comperare il grano a stagione inoltrata con l’inconveniente dei prezzi più alti o rimandare il tutto alla stagione successiva. Non mancarono tentativi dell’Intendente di far distribuire comunque il denaro nelle casse comunali ad un tenue interesse (6%). Tale proposta trovo però l’opposizione del sindaco Pasquale Bellelli che spiegò che “chi si è offerto per riceverlo” (il prestito) “non” ha “presentato verune garanzia”. Ed è naturale chiedersi, trattandosi di indigenti, come poteva essere il contrario? Ma le difficoltà presero anche altre forme come la ritrosia ed il timore di assumere da parte dei cittadini Capaccesi la responsabilità di amministratore del nuovo ente. 

Gennaro Bellelli  (Archivio Fam. Bellelli)

La scelta dei cittadini, che avrebbero dovuto ricoprire tale incarico, era fatta con la proposta alle autorità superiori da parte degli amministratori comunali di "terne di candidati" nelle cui note erano indicati oltre ai dati anagrafici anche “la condizione”, “l’abilità nella scrittura e nella contabilità” ma anche….la “condotta morale e religiosa”.

Le remore di questi nostri concittadini del passato ad accettare tali "onori" non erano del tutto immotivate. Infatti, per aspirare ad ogni incarico amministrativo, compreso quello decurionale (qualcosa tra il consigliere e l’assessore comunale), era necessario un idoneo censo, ma erano anche sicure le responsabilità derivanti dalla propria gestione amministrativa. Infatti, si doveva rispondere “in solido” per qualsiasi omissione, errore od abuso e l’amministrazione centralizzata borbonica non scherzava nei controlli e verifiche. 

 A tal proposito G. d’Alessio, proprietario, cerca di smarcarsi dall’incarico di amministratore del Monte Frumentario, adducendo cattive condizioni di salute, la dimora continuata nella Piana, ma soprattutto perché “la cattiva assistenza, che dovrebbe (al) l’individuo della 2^ terna, formata da persone idiote, mentre vi sono tanti distinti proprietari, ed in ultimo per allontanare la malevolenza e la calunnia, che ora fan tregua”.
Esattamente l’opposto di quanto oggi accade! 
Altro caso quello di A. Marandino, il quale fu anche segnalato, dal M. Bellelli, poiché aveva già esercitato la carica di cassiere della “Beneficenza” e di Cassiere Comunale. Questi osservava, sempre in una lettera all’Intendente, che tali incomodi dovevano svolgerli “i principali proprietari, i quali in Capaccio ve ne sono moltissimi, e che se ne vogliono togliere di mezzo da simili opere onorifiche?” E per se aggiunse di essere “quasi inafalbeto” e che per la carica di Cassiere Comunale e di beneficienza di essere stato solo lo “strumento della stentata firma”. Cosa che se vera farebbe pensare a diversi risvolti e ci farebbe comprendere anche il perché di certe rinunce.
Forse l’entusiasmo iniziale del neofita si scontrò con gli interessi consolidati dei gruppi di potere di allora. Comunque una ritrosia all’incarico pubblico che noi oggi non conosciamo mentre in molti, allora, si sentivano, non sappiamo quanto realmente, inadatti all’immane compito. Dubbio che non ha toccato apparentemente mai alcuni moderni amministratori del secolo passato e presente. Comunque non mancarono già allora anche altri cittadini pronti all’incarico e meno “scrupolosi” e timorosi di “malevolenze” e “calunnie”. Ma questa è un’altra storia che vi racconteremo nella prossima puntata.

venerdì 27 febbraio 2009

Una luce ancestrale nel Tempio sacro del Tempo.

Pubblico una poesia del carissimo Mario Stabile, che mi ha particolarmente toccato.








SULLA PANCA AL TRAMONTO

Tra due vecchie mura

una panca

fatta di travertino,

tra il cielo eterno, la terra

e il respiro degli anni

un senso di pace

interiore.

Tutto intorno una luce

ancestrale

riveste poesia del presente

e un silenzio solenne s'inchina

alla Mano Potente di Dio.

Nello spazio infinito

in cui sono

ammiro il tramonto del sole

e sfebbra le angosce la notte

nel Tempio sacro

del Tempo.

Mario R. Stabile

sabato 21 febbraio 2009

Lettera aperta al Sindaco di Capaccio.

Gentile sig. Sindaco,

con delibere di giunta 129 del 9.05.2008 e 252 del 21.08.2008 l’amministrazione comunale ha avviato l’iter per il restauro ed il risanamento conservativo della casa natali di Costabile Carducci. In questi giorni dei manifesti di questo spettabile ente hanno informato la cittadinanza dell’imminente avvio di tali lavori.

Colgo l’occasione per congratularmi con Lei e l’amministrazione comunale da Lei presieduta per tale importante iniziativa. Questa attenzione al patrimonio storico e culturale della nostra comunità le fa onore ed è fondamentale in quanto uno dei pochi “legami certi” col nostro passato, che non sia quello metamitico di Paestum e della città antica.

In passato il Comune di Capaccio ha acquistato la casa di Costabile Carducci, ubicata nel centro storico di Capaccio, con l’intenzione di realizzarvi un museo, oltre che per lo svolgimento di eventi e manifestazioni di carattere artistico e culturale di interesse per la collettività.

Iniziativa lodevole e di grande merito quest’ultima, che però non andrebbe nel senso delle priorità che, a mia opinione, dovrebbero essere perseguiti da questa spettabile amministrazione comunale.

Il Comune di Capaccio, ha un grande “tesoro”, sconosciuto e dimenticato ai più, che è il proprio Archivio Storico. In esso dovrebbero essere presenti documenti che a partire dell’Università di Capaccio (Universitas Iuris Gentium Caputaquensis - sec. XVIII), passando per il Decurionato (il periodo francese inizio sec XIX), dovrebbero arrivare sino a quasi i giorni nostri. Queste “carte” sono un vero patrimonio culturale e storico, con il quale è possibile ricostruire le vicende e la storia di una comunità, la nostra, e costituiscono il retaggio dei nostri padri, né più né meno del cosiddetto Tempio di Nettuno e di Paestum o della chiesa della Madonna del Granato e Capaccio Vecchia.



Tale “tesoro”, stando alle voci di popolo che circolano in paese, sarebbe abbandonato a se stesso in qualche sottoscale, forse nell’ex Asilo di Capaccio Capoluogo, in un luogo certamente non adatto alla sua conservazione e preservazione.

In passato ho avuto modo di leggere dei documenti inerenti le “amministrazioni comunali” del passato (che certamente, allora, avevano altre denominazioni ed altri caratteri giuridici) fra “le carte” dell’archivio di Stato di Salerno e di Napoli e ho, così, potuto rendermi conto personalmente della loro importanza e della ricchezza di informazioni in esse contenuto sulla storia della nostra comunità. L’Archivio Storico del Comune di Capaccio è, quindi, un patrimonio unico e irripetibile, proprio perché è il nostro “tesoro”, e come tale andrebbe, proprio per la sua particolare vulnerabilità, protetto quanto e più dei tanti monumenti presenti sul nostro territorio. Esso è unico e irripetibile proprio perché tratta delle vicende e dei fatti della nostra Capaccio.

Di ciò potrebbero essere buoni testimoni i professori Paolo Paolino e Angelo Capo, che in passato hanno avuto accesso a tali documenti, per scrivere importanti studi sulla storia economica e sociale della nostra comunità.

Negli anni scorsi altre amministrazioni comunali (come Trentinara, Monteforte o Roccadaspide) hanno avuto accesso a fondi pubblici per il recupero, il restauro, il riordino di tali archivi, procedendo addirittura ad una loro digitalizzazione, permettendone così il libero accesso e lo studio a tutti quegli appassionati cultori e studiosi di storia locale che ne avessero fatto richiesta.

Cosa a me mai stata possibile malgrado ripetute richieste informali fatte in tempi non molto recenti.

Non so se per il passato il nostro comune abbia avuto accesso a tali fondi né come l’attività a cui erano stati destinati sia stata svolta, ma resta il fatto dell’abbandono di tale patrimonio, cosa che per un Capaccese come Lei, orgoglioso proprio come me di dirsi tale, a scanso di tanti che oggi preferiscono dirsi pestani, gromolesi, ecc. o capaccio-pestani, non può che essere inaccettabile.

Per questo le chiedo da Capaccese, da appassionato di storia locale ma soprattutto da cittadino, che sia avviata un’indagine per verificare lo stato di conservazione di tali documenti, il loro trasferimento in luogo più idoneo, in attesa di una loro definitiva e più dignitosa collocazione in altra sede, che potrebbe essere in futuro proprio la casa natale di Costabile Carducci. Luogo in cui organizzare l’Archivio Storico Comunale ma anche una biblioteca su Capaccio, Paestum ed il Cilento (piuttosto che un fantomatico museo), oltre che “spazio” per eventuali manifestazioni culturali.

Sarebbe, inoltre, opportuno il suo riordino, restauro e digitalizzazione, magari sotto l’attenta regia di un funzionario dell’Archivio di Stato di Salerno.

Sono certo che queste mie sollecitazioni troveranno riscontro in chi come Lei ama questo nostro paese e già in passato si è dimostrato attento all’esigenza di conservazione e tutela di quel lascito che ci viene dai nostri padri, come fece con il restauro, già diversissimi anni fa’, della Fontana dei Delfini in Capaccio Capoluogo.

Cordialmente,

Vincenzo Di Sirio

Alcuni dei moltissimo esempi on web di Archivi Comunali, curati e valorizzati dalle amministrazioni comunali italiane.

Archivio Storico del Comune di Ponsacco;

Archivio Storico della città di Novi Ligure;

Archivio Storico del Comune di Potenza;

ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI PARMA;

Archivio Storico della Citta di Vignola;

Archivio storico comunale di Monreale;

Mi auguro che a questa mia richiesta si uniscono tutti i miei concittadini, ma anche chi come me ha una grande passione per la storia e le tradizioni del proprio paese.
In particolare il mio appello è rivolta a chi meglio di me è a conoscenza di questi temi, avendo anche contribuito alla studio e alla divulgazione dell'antica storia di questa nostra Capaccio. In particolare mi riferisco ai prof.ri Mario Mello, Giuseppe Liuccio, Paolo Paolino e Gaetano Puca.
Per aspera ad astra.
enzodisirio

domenica 25 gennaio 2009

Il Mito e l'Utopia. Un percorso personale alla Destra.

Edmund Burke
Intervento personale alla presentazione del Libro "La mia Destra, percorso storico-politico di un'idea straordinaria" di Creola Izzo.






“La mia destra “ è, come dice il sottotitolo, un “percorso storico” della destra italiana dalla gloriosa Destra storica di Cavour, quella per intenderci che fece l’unità d’Italia e che ne pose l’impianto statuale iniziale, a quella nostra contemporanea: il MSI e Alleanza Nazionale.
Ma cos’è questa idea straordinaria?
Domanda a cui molti hanno cercato di dare risposta. Definire cosa sia la Destra, o il suo opposto, la Sinistra, è un’impresa in cui molti si sono cimentati scoprendo spesso, nel caso che non si volesse indicare una via personale, che essa è una chimera. Gli studiosi in tal senso si sono divisi, scontrati, gettando talvolta la spugna.
Infatti, non mancano coloro che pensano che la Destra e la Sinistra siano ormai nomi senza soggetto. Vi è chi dice che il novecento con i suoi tumultuosi avvenimenti storici abbia tolto a questa diarchia ogni significato. A partire dalla nascita di movimenti politici come i fascismi, che hanno visto dare alla loro formazione un forte contributo da uomini e idee di provenienza anche opposta, creando degli ibridismi, come nel caso della destra sociale italiana che non ha disdegnato guardare ad Antonio Gramsci come a uno dei suoi punti di riferimento ed ispirazione. Altri ancora, come Lucio Colletti, affermano che la caduta del muro di Berlino, con la fine del comunismo in Europa dell’est abbia contribuito alla fine delle ideologie e quindi anche delle idee di destra e di sinistra. Ma a ciò sarebbe troppo facile obiettare che proprio in Italia con quell’evento e i fatti di “Mani pulite” è rinata la destra, divenendo addirittura forza di governo e ponendo fine alla finzione del cosiddetto "Arco costituzionale", che aveva congelato la politica del nostro paese dando al centro e alla D.C., con il consociativismo con il P.C.I., il ruolo di dominus politico. Altri ancora, come F. Tessitore, parlano di accanimento terapeutico nel voler mantenere in vita la diarchia destra-sinistra , concezione basata su un errore metodologico, cioè dal volere sintetizzare in due astrazioni concettuali la ricca e variegata concretezza della storia.
Ma la ricerca di definizioni diventa imbarazzante quando capita come è accaduto a me qualche tempo fa di vedere in Tv degli emeriti professori dibattere se Pasolini sia di destra o D’annunzio di sinistra, polemica che ha poi contagiato anche improvvisati interlocutori che hanno rilanciato chiedendosi se anche Topolino fosse di destra e Paperino no.
In realtà le categorie di destra e sinistra hanno assunto significati e valenze diverse nel tempo e nello spazio. Acquisendo spesso medesimi contenuti ma con sfumature diverse a secondo del loro realizzarsi nella storia. Impossibile quindi parlare della destra senza parlare di fatto di una destra specifica.
Cosa che farò senza altro, parlando del mio personale percorso politico.
In gioventù, fui abbaiato da quelli che sono gli errori tipici di quell’età, la fiducia nella bontà del prossimo, il credere che la razionalità fosse la base delle scelte fatte in ambito sociale, economico e politico, leggere ed avere come riferimenti pensatori del passato come Rousseau e Platone. E potrei continuare quasi all’infinito nell’elencare gli errori della mia giovinezza. Con l’età della maturità, se mai l’ho raggiunta, invece mi sono avvicinato al pragmatismo americano, al liberalismo anglosassone, a Cartesio con “il suo discorso sul metodo”, ma soprattutto a Edmund Burke e Thomas Hobbes. Alla fine ho dovuto ammettere con Adam Smith che ciò che fa girare il mondo è in massima parte “ l’interesse” del singolo. E che come diceva Hobbes “homo homini lupus”. Il pensatore inglese, che aveva sotto gli occhi gli orrori della guerra civile inglese, nel suo Leviathan, pone le basi del pensiero di destra nel momento in cui nega l’esistenza di diritti naturali e invece afferma che lo stato naturale dell’uomo è il bellum omnium contra omnes. Esattamente il contrario del buon Rousseau che, invece, descrive la degenerazione dell'umanità da un primitivo stato di natura, dove l’uomo è naturalmente buono, il cosiddetto “buon selvaggio”, sino alla società moderna, corruttrice e pervertitrice. Le basi del contratto sociale, quindi, sono diverse, anche se poi tendono allo stesso fine, limitare, cioè, l’arbitrio del singolo, difendere il debole dal forte. Ma se l’essenza del patto sociale è assicurare la libertà del singolo attraverso regole comuni, il fine della regola varia a secondo se vogliamo declinarlo con la categoria della destra o della sinistra. Nel primo caso parleremo di giustizia e nel secondo di uguaglianza. Infatti se nella concezione roussoniana tutti gli uomini nascono con uguali diritti, che sono quelli naturali, in quella dei pensatori di destra, o almeno di quelli che preferisco, ciò non è vero. Gli uomini nascono diversi, non solo nel genere, maschile e femminile, il ché è scontato, ma anche per doti naturali. Vi sarà sempre chi avrà una maggiore prestanza fisica e chi invece sarà dotato di maggiore acume ed intelligenza, chi sarà più abile e chi meno, per cui trattare casi simili in modo uguale non è giusto, ma è necessario dare a ciascuno quello “spazio” che gli permetta di sviluppare le proprie “doti”. Ciò nel convincimento che alla fine a beneficiarne ne sarà l’intero corpo sociale. L’uguaglianza non è quindi un principio, come avviene nel pensiero di sinistra, ma un mezzo per assicurare a tutti uguali basi di partenza. Si parla allora nel pensiero giuridico e costituzionale liberale di uguaglianza formale. Cioè che tutti i cittadini sono eguali dinanzi alla legge, ma è chiaro che poi lo Stato deve anche tutelare la libertà dell’individuo, unico vero principio per l’uomo di destra, agendo con giustizia. La giustizia diventa allora, oltre che rispetto per le particolarità di ciascuno, anche ricerca di un equilibrio interno alla società eliminando quelle disparità che derivano dal privilegio. Privilegio che appunto non si coniuga con giustizia , che significa equilibrio e trova nella simbologia della bilancia proprio una delle sue massime espressioni. Certo parte della critica di sinistra, come nel caso di Norberto Bobbio, ha voluto vedere l’essenza della destra nell’ ”ineguaglianza”, mentre la sinistra sarebbe , invece spinta egualitaria, vocazione a ridurre le distanze, redistribuzione tendenziale delle opportunità. In realtà, Bobbio stesso chiarisce, poi, meglio il senso di quanto dice quando afferma che “la destra è inegualitaria non per prava intenzione” e quindi prescindendo da un giudizio morale “ma perché ritiene che le disuguaglianze tra gli uomini non solo non siano ineliminabili o siano eliminabili solo soffocando la Libertà, ma siano anche utili, in quanto promuovono l’incessante lotta per il miglioramento della società”.
A questo punto cadremmo ancora nella trappola delle chimere, destra e sinistra, se riducessimo l’essenza della dicotoma a “diseguaglianza e uguaglianza” come vuole Bobbio o “libertà e uguaglianza” come invece indica Nicola Matteucci in aspra polemica col primo.
Come sappiamo l’origine del nome della diarchia deriva dall’assetto che assunse l’assemblea nazionale francese nel 1789 quando a destra del presidente presero posto coloro che volevano la conservazione della monarchia e a sinistra coloro che, invece, volevano un nuovo assetto sociale e politico del paese.
Potremmo anche dire che allora la distinzione aveva un suo significato storico concreto. Sicuramente chi sedeva alla destra, poteva essere considerato un conservatore, ma guai a pensare che la distinzione fosse tra chi volesse il mantenimento dei privilegi sociali ed economici dell’Ancien regime e chi ne voleva invece l’abrogazione. Potremmo allora obiettare, che chi sedeva a sinistra volesse solo spostare il centro del potere dall’aristocrazia al nuovo ceto rampante, la borghesia. Sicuramente fu anche ciò, ma non fu solo ciò. Furono due visione opposte della società, della storia e del mondo che si confrontarono.
Non a caso la rivoluzione francese trovò uno dei suoi massimi critici in Edmund Burke, detto il Cicerone britannico, statista e pensatore inglese che scoprì nei miei studi universitari e che da allora è divenuto una delle mie icone di riferimento. Famoso per il suo sostegno alla lotta condotta dalle colonie americane contro re Giorgio III, che poi sfociò nella Guerra d'indipendenza americana, come anche per la sua decisa opposizione alla Rivoluzione francese. Ed è proprio in quest’apparente contraddizione del Burke, che troviamo alcuni dei più importanti contenuti della destra. Burke, come ho detto pocanzi, criticò aspramente la rivoluzione francese con la sua opera “Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia”, destando non poco clamore proprio per l’appoggio dato in parlamento alle ragioni dei coloni americani. Ma quest’apparente contraddizione va compresa nella diversa natura delle due rivoluzioni. Quella americana si muoveva nel solco della tradizione e della storia inglese, rivendicava diritti che lì trovavano fondamento storico e culturale. Quella francese, invece si originava da un pensiero razionalista, astratto in teoria e rivoluzionario nella pratica, e quindi su basi artificiose e per questo arbitrarie e senza contenuti concreti, tutto ciò a partire dagli stessi diritti dell’uomo. Per Burke, quindi, una classe dirigente vera fa affidamento sulla pratica piuttosto che sulle teorie astratte, in quanto giudica l’esperienza preferibile alla pura ipotesi.
Ai diritti naturali, alle costruzioni istituzionali e sociali della rivoluzione francese Burke contrappone il farsi della storia. Egli dice che ogni società è ciò che è per il suo retaggio storico. Egli dice che le istituzioni, l’ordine sociale ed economico, i diritti sono il frutto del farsi della storia e sono il “carattere ereditario”, dunque persistente e continuativo, di un sano sistema costituzionale che il saggio statista deve preoccuparsi di preservare da deleteri ed inutili moti rivoluzionari. Quindi le richieste degli americani alla Corona e la loro successiva rivoluzione si fondavano su principi, conquiste proprie della società inglese, dall’ habeas corpus al no taxation without the rappresentation. I diritti e le costituzioni francesi, invece, su costruzioni astratte e senza basi storiche.
Ciò non è bieco conservatorismo ma costruire le basi di una società su solide fondamenta che sono la propria storia, le proprie tradizioni. Ecco allora un altro tema caro alla destra. Chi mantiene viva la tradizione è un conservatore e altresì un riformista, in quanto opera affinché sulle fondamenta delle leggi antiche siano innestate riforme che ne rinvigoriscono la forma, mantenendone però inalterata la sostanza. Conservare non vuol dire quindi cristallizzare, ma al contrario riformare in uno spirito di continuità. In ragione di ciò non si è mai vecchi per le tradizioni conservate né mai nuovi per i progressi conseguiti. Quindi un sano pragmatismo che si fonda su quanto di buono e valido ci è stato tramandato dai padri, che trova la sua validità proprio nella sua durata, senza però essere chiusi al nuovo, adattando ai tempi moderni il lascito che ci viene dalla storia e avendo anche il coraggio di lasciare indietro quanto non più funzionale ed adatto alla modernità. Quindi rispetto del passato e non esperimentare nuove forme e nuovi contenuti che non hanno alcun legame col nostro essere, ma che sono frutto solo di elaborazioni razionalistiche e teoriche.
E tocchiamo quindi quello che è un altro punto di differenza tra la destra e la sinistra. La sinistra da sempre è il luogo di “Utopia”, anche quando si definisce come via scientifica al socialismo. La sinistra è alla ricerca continua di un Eden, che finisce per concludersi inesorabilmente in un Inferno in terra, anzi dicendola con le parole di Joseph De Maistre: la storia diventa un immenso "mattatoio" quand’è affidata alla sola ragione umana. L’utopia, quindi, come elemento caratterizzante della sinistra da Platone a Marx. Il tentativo di costruire su basi teoriche ed astratte la società perfetta. Utopia, allora, come luogo che non c’è, anche se ben sappiamo che nel suo significato originale essa assume quello di luogo che ancora non esiste. La sinistra volge il suo sguardo al futuro nel tentativo di costruire una società perfetta che ancora non esiste, la destra, invece, guarda al lascito dei padri adattandolo ai tempi moderni. Passato che l’uomo di destra mitizza. Per lui un popolo per avere dignità di se stesso, come dice Burke, deve professare un culto “religioso” della memoria. Perché chi non ha passato è destinato a non avere un futuro. Quindi il mito della Patria, come terra dei Padri, il mito della tradizione, il mito della legge e dell’uomo forte. Semplificando: il mito contro l’utopia. Ma guardate bene quando parlo di uomo forte io mi ricollego all’etimologia latina, dove ad “homo” si contrappone “vir”, da cui uomo virtuoso e/o forte. Ed è proprio a questa eccezione che si ricollega Burke quando afferma che se la felicità è fondata sulla virtù, essa può conseguirsi in qualsiasi condizione sociale. In ciò risiede infatti la Vera Uguaglianza. Contrapponendola a quella livellatrice dei rivoluzionari francesi, che rende invece soltanto più amara la reale e insopprimibile disuguaglianza che è propria di un sistema di vita civile.
E qui comincia a delinearsi anche l’etica sociale della destra. Dove il rispetto delle regole comuni, delle istituzioni si fonda proprio sulla comprensione di un lascito comune di chi ci ha preceduto. Dove lo Stato è come dice Burke «un'associazione non solo tra i vivi, ma anche tra i vivi e i morti e tutti coloro che nasceranno in futuro». Si forma quindi un concetto di ordine non come creazione volontaria ed arbitraria dell'uomo, ma come frutto della ricerca di principi costanti e duraturi che la nostra civiltà ha elaborato lungo il corso dei millenni, allo scopo di garantire ai consociati la Giustizia, secondo la massima “suum cuique tribuere” (a ciascuno il suo) e conformemente all'ordine naturale delle cose. Da qui ne scaturiscono altre conseguenze come quello di anteporre il concetto di comunità a quello di società. Cioè un’aggregazione di uomini e donne uniti da comuni radici, valori, idee contro quella fondata su un semplice patto di associazione. Una concezione quindi non materialistica, non utilitaristica o funzionale, ma profondamente etica e metastorica. Dove valori e beni trascendenti , come la solidarietà tra uomini e generazioni, superano e sovrabbondano il semplice patto sociale basato sulla comune utilità reciproca. La società, prima di essere una realtà politica o economica, è una realtà culturale, il sociale [...] è quel complesso di credenze, di miti, di valori, di norme, di aspettative che operano nell’individuo, ma che non sono, propriamente parlando, dell’individuo, bensì della collettività anonima: sono di tutti e di nessuno e costituiscono il quadro istituzionale entro cui si svolgono le relazioni sociali".Si tratta di un principio antichissimo, fatto proprio dai conservatori di ogni epoca, fino a John Adams, il quale lo definì come “Golden rule”.
Ma da ciò ne discende anche un’altra concezione dei rapporti sociali non basati sul concetto di lotta di classe, di contrapposizione tra parti del corpo sociale ma di collaborazione proprio come avviene nel corpo umano dove le diverse parti, i diversi organi collaborano tra loro per il ben comune. Concetto questo proprio della dottrina sociale della Chiesa come anche della destra sociale italiana e di quella conservatrice americana.
Da qui potremmo ancora continuare toccando svariatissimi temi e aspetti patrimonio comune delle destre o addentrarci nelle loro specifiche peculiarità ma come disse Edmund Burke “c'è tuttavia un limite oltre il quale la pazienza cessa di essere una virtù”, e non vorrei trovare il limite di chi mi ascolta. Per questo mi avvio a concludere sintetizzando che
la destra è giustizia,
la destra è solidarietà,
la destra è tradizione,
la destra è comunità,
la destra è mito,
la destra è virtù,
o meglio come disse Giorgio Almirante:
“la destra o è coraggio o non è, è libertà o non è, è nazione o non è, così vi dico adesso,
la destra o è Europa o non è. E vi dico qualcosa di più: l’Europa o va a destra o non si fa”
Questa è la mia destra.