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martedì 16 novembre 2021

LE CINQUE CAPACCIO.



Sì, avete letto bene: le cinque Capaccio.

Tante sembrano apparentemente essercene.

A ciò si aggiunge un altro piccolo mistero.

In tutte le mappe antiche vi è una strana inversione per cui l'antica città medievale di Capaccio sul Monte Calpazio è indicata come “Nuova”, mentre quella apparentemente più recente, la Capaccio, sul Monte Soprano, cioè l'attuale nostro capoluogo, come “Vecchia”.

La spiegazione più diffusa e comunemente accettata è che si tratta di un errore a catena fatto dai cartografi.

Sicuramente è vero che i cartografi dell'antichità compilavano le loro mappe sulla base di precedenti mappe, sulle narrazioni dei viaggiatori e mercanti o sulle riminiscenza letterarie, in genere classiche. Cosa che spiega perché non di rado compaiano su queste mappe città già allora da tempo abbandonate ed in rovina. 

Ma appare assai strano che lo stesso errore compaia su tutte le mappe sino a quasi il settecento. È difficile pensare che tutti abbiano potuto sbagliare, sempre che quegli antichi cartografi non fossero a conoscenza di qualcosa di cui non contemporanei abbiamo perso memoria.

Per cominciare a sbrogliare la matassa ingarbugliata di questo mistero, dobbiamo cominciare dall' etimologia del paleonimo “Capaccio”.

Il primo a farne l'etimologia è Philipp Clüver o Cluverio (Danzica, 1580 – Leida, 31 dicembre 1622), un erudito, definito il padre della geografia storica.

Personaggio interessante, che fu anche soldato di ventura, che intraprese lunghissimi viaggi in tutta Europa, visitando persino Capaccio, di cui parla in più occasione nella sua opera “Italia Antiqua”, pubblicata postuma nel 1624.

Il Cluverio propone che il paleonimo Capaccio derivi dal nome del monte su cui sorgeva l'antica città medievale: Calamatius, Calamazio, Calpazio e dunque Capaccio.

Ma questa è una tesi erudita, messa già in discussione nel settecento da Giuseppe Antonini, il quale riteneva che invece derivasse da Caput Aquae.

Il caput aquae per il latini è la fonte in cui nasce un corso d'acqua o dove inizia un acquedotto di una città.

Sappiamo, che di monti denominati Calpazio ve ne è uno solo, mentre di Capaccio ne esistono diverse in tutta Italia.

 Un esempio noto è Via Capaccio a Firenze, dove l'edonomimo, o nome di via, è generalmente fatto derivare dal caput aquae dell'antico acquedotto romano che serviva la città, lì situato.

Gli studiosi contemporanei optano per l'ipotesi che Capaccio nasca come toponimo identificante lo specchio d'acqua, con le sue numerose sorgive, da cui si origina il fiume modernamente detto Capodifiume. Nome poi traslatosi, come Caputaquis, all'insediamento sorto sul Monte Calpazio, notoriamente privo d'acqua, tanto che i suoi abitanti dovettero ricorrere a cisterne alimentate dall'acqua piovana.

L'Antonini, però, immagina una particolare variante dell'origine del paleonimo.

Egli, infatti, ritiene che derivi da caput aquae, inteso però come capo dell'antico acquedotto che serviva la città di Paestum.

Scrive infatti nella sua “Lucania, discorsi” (pag. 256, Napoli, 1745):

“L'è venuto il nome di Capaccio da Caputaquae, luogo poco distante dal paese, dove cominciano gli acquedotti, che l'acqua di buona qualità in Pesto conducevano. Vengosi ancora questi sulla strada, onde vassi a Trentinara”.

L'Antonini, però è per questa sua partcolare ipotesi fortemente criticato dal Magnoni, altro erudito settecentesco, che propende invece per quella del Cluverio, anche se ritiene possibile quella per cui Capaccio deriverebbe invece da Caputaquae, ma non nel modo in cui l'Antonini la intende. 

Infatti nella sua “Lettera di Pasquale Magnoni al barone Giuseppe Antonini ...” (pag. 30, Napoli, 1763), scrive:

“...Ed in vero questa opinione è assai più probabile della comune e cioè di aver Capaccio preso il nome dal vicino Capo di Fiume, e tantoppiù della vostra che lo vuole fatto da un luogo sulla strada, che va da Capaccio nuovo a Trentenara, appunto dove si dice Capo d'acqua. 

Questo luogo io non lo so, ma voglio credervi per un poco, che vi sia. 

Or ditemi non fu la Città sul monte dalla parte di Occidente da Pestani dopo la distruzione della loro Città edificata, la prima, che fu nominata Capaccio, ed ora Capaccio vecchio dicesi?

Questa, come Voi sapete è più di due miglia lontana da Capaccio nuovo verso Occidente, e fu del monte; all'incontro il luogo, che Voi volete chiamato Capo d'acqua, è distante qualche tratto ancora da Capaccio nuovo verso Oriente alla volta di Trentenara .

Sicchè come potea Capaccio vecchio che fu il primo anche ad essere cosi detto, ricevere questo nome da un luogo, che gli era piucchè tre miglia lontano?

Bisogna meglio riflettere. 

Dissi bene, che qualora non valesse l'opinione del Cluverio, più verisimile sembrar deve quella di essere Capaccio cosi detto da Capo di Fiume, che forse vale lo stesso, che Capo d'acqua; perocchè questo luogo è immediatamente sotto il monte, ove fu la Città da' Pestani edificata, e Capaccio la prima volta chiamata e perciò distinta ora dall'altro coll'aggiuntivo di vecchio.”

In realtà l'Antonini aveva ragione ed il Magnoni torto.

Infatti da un documento del 1913 apprendiamo che l'approvvigionamento di acqua dell'allora nuovo acquedotto cittadino che serviva il Capoluogo avveniva da delle fonti, acquisite dal Comune di Capaccio nel territorio di quello di Trentinara, denominate "Capodacqua, Vernaglia ed Ospedale".

La Capodacqua citata dall'Antonini dunque esiste realmente.

A questo punto è lecito chiedersi anche se avesse ragione sul punto dell'origine del paleonimo Capaccio dalla Capodacqua presso il Monte Vesole e non da quella ai piedi del Monte Calpazio.

Capodacqua che in entrambi i casi val lo stesso che dire Capaccio.

L'ipotesi è affascinante.

Sappiamo dai documenti d'epoca che l'attuale Capaccio Capoluogo cominciò ad essere detta Capaccio solo dalla fine del quattrocento, sino ad allora era detta casali di S.Pietro di Rodigliano. Toponimo, oggi, quello di Rodigliano, ancora esistente, ma contrattosi a definire una zona assai più ristretta di quella originaria, quella dove sorge l'attuale cimitero cittadino.

Infatti nel Codex Diplomaticus Cavensis (9, pag. 105 anni 1065/1072) si legge:

"Ego Petrus filius quondam Mauri su[b]diaconi clarifico me habere rebus in locum Trintinaria et in locum Ridilanum ubi proprio Monticellum dicitur et in locum Pazzano ..." 

Pare chiaro, quindi, che Monticellum (Monticello) è una località specifica di Ridilianum, cosa che escluderebbe che la Capaccio sul Monte Soprano possa essere quindi denominata come “Vecchia”, come pur accade nelle antiche mappe, rispetto a quella sul Monte Calpazio, che, invece su queste antiche mappe è detta “Nuova”. Almeno non dal punto di vista della denominazione.

È anche vero però che Caputaquis, cioè la Capaccio sul Monte Calpazio, sorse intorno all' VIII o IX secolo (o secondo alcuni ancora prima, di uno o due secoli), mentre l'attuale Capaccio sul Monte Soprano è probabilmente più antica, potendo essere sorta nei suoi casali su antiche ville romane nel periodo tardo antico. 

Rodigliano (Ritilianum, Ridilianum, Redilianum, ecc.), come Valenzano (più tardi Balenzano) o Pazzano sono tutti antichi toponimi propri del circondario di Capaccio Capoluogo derivati probabilmente da nomi gentilizi romani.

In tal senso Vincenzo Rubini mi parlava di diversi resti antichi di età romana emersi durante le ristrutturazioni di alcuni storici edifici del Capoluogo. Sappiamo poi che per qui passava l'antico acquedotto che da Vesole riforniva l'antica città romana di Paestum.

Particolare questo importante!

Infatti se le fonti sotto il Calpazio sono il caput aquae del Capodifiume, quelle di Vesole sono il caput aquae dell'acquedotto.

In una mappa cosiddetta “aragonese” (attualmente conservata presso la Bibliothèque Nazionale de France), per alcuni un falso del settecento, per altri un copia settecentesca di un originale quattrocentesco, compaiono dei particolari interessanti.

Vi sono disegnati due acquedotti terminanti a Paestum.

Uno che ha il suo inizio presso “Capo d'Aqua”, cioè le sorgenti del Capodifiume, l'altro in collina dopo Capaccio Capoluogo.

Che si tratti di un falso settecentesco o di un originale, la mappa riporta sia la dizione “Capodacqua” come origine dell'antico acquedotto, pur confondendola con le fonti del Capodifiume, sia il reale caput aquae dell'acquedotto dopo Capaccio verso Trentinara.

È come se fosse sopravvissuta la memoria, ma che fosse stata fraintesa dallestensore della mappa.

A questo punto è ipotizzabile che la dizione di Capaccio Capoluogo, come “Vecchia” nelle mappe, più che al centro abitato, si riferisse a la Capaccio, intesa come il “Caputaquae” dell'antico acquedotto romano, sicuramente più antica delle Capaccio - Caputaquis sul Monte Calpazio.

Interessante, poi, l'osservazione di Mario Mello, che nelle sua opera “Da Poseidonia a Caputaquis medievale”, ci fa notare come se le fonti del Capodifiume erano dette “Caput Aquae”, con la desinenza latina al genitivo, cioè come a dire il capo o la fonte delle acque, mentre l'antica città sul Calpazio era invece detta “Caputaquis”, con la desinenza in ablativo, che potremmo intendere, mia ipotesi, come “la sommità o la cima sulle acque”.

Difatti sia il nome stesso del Monte Calpazio, che la sua dizione antica di Calamatio, secondo alcune teorie in ambito toponomastico, rimandano nella loro etimologia all'idea di altura (Cala= rilievo; Alp= monte).

È anche vero che nei documenti medievali, come quelli cavensi, il Capodifiume era detto Atium o Accium, cioè Accio, da cui per alcuni, come Vincenzo Rubini, le diverse versioni del toponimo ricorrenti nei documenti delle cancellerie normanne ed angioine o nelle carte cavensi, dai quali si sarebbe originato il paleonimo Capaccio: Caputatium, Caputaccium, Capuaccio.

Quindi seguendo il mio precedente ragionamento, se il paleonimo Capaccio, come Caputaquae, pare essere collegato alle acque del Capodifiume, quello di Capaccio, come Caputaquis, potremmo ipotezzare che invece sia legato all'altura su cui la città sorse.

Quindi ricapitolando...

la prima Capaccio, intesa come Caputaquae, è lo specchio d'acqua da cui parte il Capodifiume, nei cui pressi, sorgeva un abitato, che già nel X secolo era detto “Casavetere di Capaccio”.

La seconda Capaccio, sempre intesa come Caputaquae, è il caput aquae dell'antico acquedotto sul Monte Vesole.

La terza Capaccio, è la città medievale di Caputaquis sul Monte Calpazio.

La quarta Capaccio, è l'attuale Capaccio Paese, che comincerà così a chiamarsi verso la fine del quattrocento, quando lo spopolamento di Caputaquis era ormai un fatto compiuto.

La quinta Capaccio è l'attuale cittadina di Capaccio Scalo, in piana, sviluppatasi con la riforma fondiaria e negli anni successivi.



giovedì 3 dicembre 2020

CAPACCIO: UN'ANTICA CHIESA MEDIEVALE DIMENTICATA E RITROVATA.

 



Era un piccolo mistero, quello di cui oggi parliamo, anche se circoscritto tra i pochi studiosi ed appassionati della storia di Capaccio Paestum.

La chiesa di cui parliamo è quella di Velanzanu (o Belenzanu), sita sul Monte Soprano, che oggi sappiamo essere in prossimità di Capaccio Capoluogo. È una chiesa di cui la nostra comunità aveva perso memoria, tanto che gli stessi studiosi ne avevano cognizione solo attraverso antichi documenti. 

Gli stessi documenti antichi, parliamo specificatamente del Codex Diplomaticus Cavensis, non sono chiari sulla sua ubicazione. Si indica come toponimo Velanzano, o la sua variante Belenzano. Ma vi sono indicazioni forvianti come quella sempre derivante dai documenti cavensi, che ingannevolmente possono far immaginare che Belenzanu potrebbe ubicarsi a Capaccio Vecchia nei pressi della Porta de Paganigno (1).

A complicare le cose si fa menzione di una Chiesa di S. Angelo “in loco Ulmo fine Caputaquis”, che da una lettura attenta del testo di quegli atti che la manzionano pare sempre essere quella di Belenzano, anche se non è da scartare l'ipotesi che si tratti di una chiesa diversa sempre nel territorio di Capaccio.

Certamente il "fine Caputaquis" indica un distretto amministrativo più ampio dell'attuale Capaccio Paestum e quindi potrebbero essere chiese diverse, ma vi sono coincidenze che possono farci pensare che invece siano sempre la stessa. Ad esempio in un documento dell'ottobre 1053 (2) in cui la chiesa di S. Angelo e indicata essere in località "Ulmo" ed in un altro del marzo 1053 (3) in cui invece lo è in Benanzana, entrambe le chiese sono nella disponibilità della famiglia di Pandolfo e Teodora (e figli), cioè la famiglia dei signori di Caputaquis, ma addirittura, l' "Abbas" (l'abate) è sempre lo stesso chierico, cioè Johannes.

Ma una indicazione chiarificatrice sulla sua ubicazione ce la dà Giuseppe Bamonte.

 Nell'appendice a “Le Antichità Pestane” fa riferimento ad un “inventario delle cose, dei beni e giurisdizioni della Chiesa Cattedrale di Capaccio sotto il titolo di S. Maria Maggiore”, cioè quella che noi chiamiamo Madonna del Granato, che si iniziò a compilare nel 1492, dove si fa riferimento a delle “Chiese non curate, ma beneficiate” nel territorio di Capaccio. Tra queste si cita espressamente la “Chiesa di S. Arcangelo posta sopra Rodigliano” (4).

Indicazione importante, perchè è stata utile nella probabile individuazione di tale antica chiesa avvenuta assolutamente grazie ad un puro caso.

Galeotto fu, direbbe Dante, un post su Facebook di Mario Tambasco. Si tratta di un video di una delle sue passeggiate sulle nostre colline con l'amico Angelo Fasano. Vi è mostrata un grotta con tracce di fabbrica in muratura. Pochi ruderi che hanno fatto pensare all'avv. Tambasco ad una sua utilizzazione umana antica ed imprecisata, forse abitativa.



Ma è la localizzazione della grotta a darci un ulteriore indizio chiarificatore: è posta proprio sopra Rodigliano! 

Proprio come l'indicazione che troviamo nel libro del Bamonte.

Già il compianto “don” Vincenzo Rubini, profondo conoscitore della storia medievale di Capaccio e memoria di tante tradizioni e storie orali ormai perdute, nelle appassionate discussioni che facevamo ogni qualvolta lo andavo a trovare, descriveva la “Chiesa di Sant'Angelo” come rupestre e prossima al Capoluogo. Non avendo allora una profonda conoscenza dei luoghi, le sue precise indicazioni mi sfuggivano. Oggi invece la sue parole acquistano un senso.

Particolare importante per capire il perché questa chiesa è edificata in una grotta su una costa della montagna è, in questo caso, la speciale venerazione che i Longobardi ebbero per l'Arcangelo Michele.

I Longobardi furono un popolo guerriero e in questo arcangelo intravidero quelle virtù proprie che nel loro passato pagano erano incarnate dalle antiche divinità germaniche. 

Numerosi furono, dunque, i santuari dedicati a S. Michele in tutta la Longobardia, come non pochi sono ancora oggi quelli sopravvissuti al passare del tempo in provincia di Salerno come quello di Olevano sul Tusciano o di Sant'Angelo a Fasanella.

Interessante è anche un altro aspetto e cioè che particolare venerazione, anche se in tono minore, la ebbero fra i Longobardi anche San Giorgio e San Giovanni Battista, santi che ritroviamo, secondo le testimonianze di antichi documenti, con chiese a loro dedicate proprio a Rodigliano (5) o “Rigliano” come i Capaccesi nel loro dialetto ancora oggi chiamano questa località. Cosa che potrebbe farci ipotizzare che vi fosse un complesso santuariale d'importanza locale.



I santuari micaelici sono in genere sempre situati su luoghi elevati (colline o montagne) e spesso in grotte, come nel caso di quello capaccese. 

Si è discusso in passato tra gli storici se questi santuari fossero sempre connessi alla presenza di monaci eremiti, cosa di cui in taluni casi abbiamo tracce, anche se oggi piuttosto si è propensi a credere che non sia stato sempre così. Non mancano infatti esempi tra questi santuari che suggeriscono invece che possano trattarsi per lo più, di piccoli santuari meta di pellegrinaggi locali o di luoghi di culto a vocazione funeraria e privata. Aspetti questi che diverranno chiari nel momento in cui approfondiremo i documenti cavensi relativi alla Chiesa di Sant'Angelo di Capaccio.




Il primo documento certo (7) che fa menzione della Chiesa di Sant'Angelo è del marzo 1053 (8).

In questo documento Teodora, figlia di Gregorio di Tuscolo (9) e moglie di Pandolfo (10), signore di Capaccio, con i figli Gregorio, Guidone e Giovanni concedono al presbitero Giovanni, “abbas ecclesie vocabulum sancti angeli... in locum qui dicitur velanzanu, finibus caput aquis” tutta serie di accessori per le funzioni religiose oltre che animali e beni a servizio della chiesa e della comunità di monaci, che intorno a quella chiesa si raccoglieva (11).

I signori di Caputaquis dotano poi la chiesa anche di un patrimonio fondiario fatto di vigne, meleti e terre coltivabili (12).

Inoltre è fatto obbligo di officiare i sacri riti sia di giorno che di notte.



La nostra chiesa ricompare con sicurezza in un altro documento del luglio 1068, dove Orso e Pietro e le rispettive mogli, Fresa e Laita, donano tutti i loro beni in “loco qui Lauri dicitur et per toto locoqui Murtitu dicitur” alla “ecclesia Sancti Michaelis Archangeli, que sita esse videtur in locum Benanza[n]a, actus Caputaquis” (13).

È, credo, la prima menzione del Lauro, storico “pizzo” di Capaccio Capoluogo.

In questo documento i donanti mantengono però per sé ed i propri eredi l'usufrutto di tali bene in cambio di un pagamento annuo di otto tarì d'oro alla chiesa.

L'usanza di donare ad un ente ecclesiastico conservando per sé l'usufrutto in cambio di un censo annuo, era tipica del tempo e la ritroviamo spesso negli atti raccolti nel codice cavense.

La Chiesa di S. Angelo di Capaccio, quale entità autonoma, cessa di esistere nel 1092, quando Gregorio, in rappresentanza di tutta la famiglia dei signori di Caputaquis, la dona alla Chiesa di San Nicola di Casavetere con tutte le sue pertinenze, insieme ad altre chiese (o quote di queste) poste in una vasta area tra Salerno, Trentinara, Brienza, Corleto e Capaccio. Chiesa, è bene precisare, anche questa di proprietà dei signori di Capaccio. 



Difatti essi concentrarono questo vasto patrimonio, costituito da chiese e quote di chiese proprietarie di numerosi beni di diversa natura, in un'unica entità patrimoniale, quella legata alla chiesa di “Sancti Nikolai”. Ma questa non fu soltanto un'operazione di razionalizzazione patrimoniale, fu anche e soprattutto di natura politica. La chiesa di S. Nicola divenne il baluardo patrimoniale, religioso e identitario dei signori di Capaccio, simbolo con il castello del loro potere e prestigio.

La chiesa sorgeva proprio “suptus et prope castellum quod Caputaquis dicitur”, cioè in una località, prossima a Capodifiume, ai piedi della collina costeggiata dalla SP318, detta già allora “Casavetere di Capaccio”.

La memoria di questa chiesa è rimasta nella tradizione popolare nel nome di una fontana, da cui sgorgava acqua sorgiva, detta per l'appunto di " San Nicola". Fontana caratteristica perché la vasca è costituita da un antico sarcofago in pietra risalente probabilmente al V o al VI secolo dopo Cristo. 




Se questa antica fontana, citata anche in documenti del 500, esiste ancora, anche se spostata rispetto alla sua collocazione originaria, non possiamo dire lo stesso dei resti della Chiesa di San Nicola.

Questa, siamo certi, almeno sino ad alcuni anni fa sopravviveva agli insulti del tempo e dell'uomo, nei resti dell'abside e poco altro ridotta a petraia, cioè a luogo di accumulo di pietre per liberare i campi. Purtroppo in un mio recente sopralluogo non sono riuscito ad individuarne le rovine, cosa che mi fa temere il peggio.

Anche la comunità monastica di San Nicola verrà nel tempo assorbita da un'altra più importante, quella dei benedettini dell'Abazia di Cava de' Tirreni, probabilmente verso la seconda metà dell'XII secolo, ma continuerà ancora per lungo tempo a svolgere la sua funzione religiosa, come anche di centro d'interessi economici.

Col passare del tempo di queste chiese si perse memoria, ma non traccia documentale.

Oggi, forse, abbiamo riscoperto per un caso fortuito il sito di una di essa.

Cercherò, con chi vuol aiutare, di coinvolgere nello studio di questa “grotta” anche degli storici ed archeologi professionisti, perché possano dare conferma che si tratti dell'antica Chiesa di Sant'Angelo di cui abbiamo parlato in questo scritto.

Se dovessero esserci delle conferme alla nostra ipotesi, sarebbe il caso di trovare un modo per valorizzarla, magari inserendola in un percorso di trekking che dal Capoluogo porti al Castello di Caputaquis. Percorso che chi lo ha affrontato sa essere bello ed estremamente spettacolare.



Alcuni esempi di chiese rupestri, che potrebbero aiutarci a farci un'idea di come fosse quella di "Sant'Angelo di Velanzanu": la Grotta di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo a Fasanella, Chiesa rupestre di Monteverde (Matera), Chiesa di San Pietro a Viggiano (Potenza), Santuario rupestre di San Mauro a Capizzi (Salerno).







Foto di San Michele che uccide il dragol'Abbaye Bénédictine Notre-Dame de Nevers, XII secolo. Credit: ©Wikipedia.

Foto e video della "Grotta di Sant'Angelo" per gentile concessione di ©Mario Tambasco.

Foto della "Fontana di San Nicola", tratta da Mario Mello, Da Poseidonia a Caputaquis Medievale, pag. 66, Ed. Torre, Roma, 2018.

NOTE:

1 - AC, XLIII, 44, agosto 1192, “in loco Paganigni ubi ad S. Angelum dicitur”.

2 - C.D.C., MCLXXXVII, ottobre 1053, 212.

3 - C.D.C., MCLXXVIII, marzo 1053, 198.

4 - G. Bamonte, Le antichità pestana, pag. 117, Napoli, 1819.

5 - A Rodigliano sono anche indicate le chiese di S. Giorgio e quella di S. Giovanni.

6 - Vedi nota precedente. 

7 - In realtà la prima apparente menzione della chiesa è del 963 (C.D.C., II, 13, febbraio 963) dove si legge “per manus domno petrus abbas sancti archangeli, qui constructum est in mons capacii”, ma è dubbia. È infatti considerata da Pietro Ebner ed altri una trascrizione errata da parte dei compilatori del Codex, perché il donante in questo atto espressamente chiarisce di essere “natibo de lauriiana” (Laureana) ed “abitator in locum ancilla dei”, toponimi antichi propri del Cilento, per cui andrebbe letto come “Mons Corraci” con riferimento all'antico monastero omonimo di Perdifumo (P. Ebner, Economia e società nel Cilento medievale, 2 vol., pag. 50) 

Inoltre un'altra menzione ad una generica “ecclesia sancti angeli” è in un atto del febbraio del 1053. C.D.C., MCLXXXVII, ottobre 1053, 212/213.

8 - C.D.C., MCLXXVIII, marzo 1053, 198/200.

9 - Fu il capostipite dei Conti di Tuscolo, potentissima famiglia nobile romana. Teodora, sua figlia, era quindi nipote di Papa Benedetto IX.

10 - Pandolfo (1010 - 1052) fu signore (dominus) di Capaccio. Era il figlio minore del principe Guaimario III di Salerno (allora il Principato di Salerno era uno stato indipendente) e della sua seconda moglie Gaitelgrima. Con la morte del suo fratellastro, il principe Giovanni III, nel 1018 ereditò la signoria di Capaccio. Ma è in un documento Cavense del 1092 che abbiamo cognizione di come la divisione del principato tra gli eredi di Guaimario III è stato definitivamente effettuata già nel 1042, con il più anziano, Guaimario IV , che prende la guida del principato, il secondogenito Guido, che riceve il ducato di Sorrento e Pandolfo invece la Contea di Capaccio. 

Questa divisione tra gli eredi della famiglia regnante di Salerno ci dice come Caputaquis - Capaccio fosse importante sotto il profilo politico ed economico, tanto da essere indicata come signoria di un erede della casa regnante del tempo.

11 - “liver comiti duo, antifonaria de die unum et aliu de nocte, psalteria dua, omelia quaterni vigintiquinque, turibulu de argentu unu, planeta de siricu una, amittu de seta unum et unum orale sestaci de siricu unu, pannos sericos tres, manuli de siricu duo, et orale de siricu unum. Alii orali de linu quattuor, amictora tres, planete de linu due, duo camisa, cingulu unum, et due cortine, sindones quattuor, turibula de rame dua, iuppa una, backe due cum filii dui, dua paria de vovi cum omnia illorum paraturia, asini quattuor, iomenta unam, backe alie due, butti da vinum nobem et tratturia unam, tratturia da vittu tres et tine nobem, capre undecim, edos septem, capessuni tres, obes tres,

peculiu unum, et de porci scurie due et porca scuri tres, in auro solidi quattuor, scutelle quinque, duo alvari, colcitra una, plaione unum, lena polemita una, setazza dua, cribu unum”.

12 - “inclite vinee quo est beneficium iamdicte ecclesie in ipso supranominato locum, cum inclita rebus et pomis, qui fuit nominatibi radoaldi presbiteri subtus sancti clementi, et inclite terris lavoraturie, que sunt per fine caputaquis, et fuerunt rebus pertinentes predicti sesami et modo est pertinentes iamdicti nostri seniori...”

13 - A.B.C., XII, 67, luglio 1068.



sabato 9 novembre 2019

DA CAPUTAQUIS A CAPACCIO NUOVA.

Con la conquista del Regno di Napoli da parte degli Angioini, le condizioni della città di Caputaquis e del suo territorio rimasero sostanzialmente immutate. Se differentemente dalla narrazione popolare con l'epilogo della "Congiura di Capaccio", la città non fu distrutta, ma nemmeno abbandonata, è anche vero che il nuovo monarca angioino, già subito dopo la battaglia di Benevento, fece ricostruire il castello di Capaccio, che nel 1268 veniva affidato alla custodia del castellano Stefano.

Capaccio Vecchio dall'Atlante di F. Cassiano de Silva.



Nel corso del Duecento la Piana di Paestum era, rispetto alle aree circostanti, ancora un'area privilegiata, sia per il perdurare in esso dell'opera dei Benedettini sia per l'operosa fattività dei suoi abitanti.
Comincia a prendere piede l'allevamento bufalino sin allora marginale, ma sempre minoritario rispetto a quello bovino o suino, anche se la prima menzione documentale della presenza delle bufale nella nostra Piana pare sia quella del 1052, legata ai pagamenti in natura che il monastero basiliano di “Sancta Beneri de locum Cornito” (cioè l’attuale Santa Venere) doveva alla Chiesa di Santa Sofia in Salerno. 

Capaccio Vecchio
(Archivio Agorà dei Liberi)



Capaccio Vecchio da Caputaquis Medievale I


L'irrompere nel territorio verso la fine del secolo della "Guerra del Vespro" (1282-1302), che vide proprio nella parte meridionale della provincia di Salerno svolgersi per 13 anni continui le fasi più aspre, lunghe e determinanti dello scontro terrestre fra Angioini ed Aragonesi, produsse la sistematica distruzione dei villaggi, delle colture, del patrimonio zootecnico ed un pauroso calo demografico, valutabile in circa l'80% della popolazione (1).

Non poteva essere altrimenti dato che proprio la Piana di Paestum ed il vicino Cilento divennero i luoghi dei più aspri e duri confronti tra le truppe angioine, guidate da Ruggiero e Tommaso Sanseverino, e quelle aragonesi. 
La linea del fronte si dispiegava dall'interno alla costa: da Marsico, Sala, Contursi, Eboli, a Capaccio ed Agropoli.
A sud di tale linea, divenuta la nuova frontiera degli Angioini di Napoli, gli Aragonesi insediarono guarnigioni stabili nelle principali località occupate ed affidarono il proseguimento della guerra a truppe scelte di fanteria: i tristemente famosi Almugàveri. 
Così il conflitto si trasformò in guerriglia, condotta soprattutto a danno dei villaggi, dei casali e dei paesi nei pressi della linea del fronte. La quasi totalità dei centri abitati subì rapine e danneggiamenti, molti si spopolarono, alcuni andarono completamente distrutti, saccheggiati ed arsi. Costantemente a caccia di bottino, di viveri e di donne, gli Almugàveri ridussero quei paesi ad una condizione ben peggiore di come l'avevano lasciate i Saraceni alcuni secoli prima.

Il settore più tormentato della frontiera fu però quello occidentale, lungo la costa . 
Da Castellabate gli Almugàveri arroccati nel castello non solo corsero a saccheggiare ed a distruggere molti casali della Badia di Cava e della Baronia del Cilento, ma compirono anche ripetute incursioni fin sotto Agropoli e Capaccio, i cui castelli erano le roccaforti degli Angioini.

Il Castello di Caputaquis
(da Caputaquis Medievale II)

Non deve sorprendere quindi che la città di Caputaquis, costantemente minacciata ed insidiata, si spopolasse e che suoi abitanti cercassero rifugio in altre località più sicure. Difatti la città non aveva una cinta muraria a difesa di tutto l'abitato, che nel corso degli anni di lunga pace era cresciuta con la nascita di un nuovo quartiere popoloso fuori le mura (detto la "Civitas Nova") e che dovette essere il primo a subire gli affronti della guerra. 
Come ad essere travolti dalla guerra furono anche i diversi villaggi e casali che sin allora avevano popolato la piana. Situazione che peggiorò ulteriormente quando nel 1295 il castello di Agropoli cadde momentaneamente nelle mani degli aragonesi, facendo proprio della piana di Paestum il luogo di terrificanti battaglie.
Non a caso Caputaquis (Caput Aquium), ma anche "Ritilianum" (o meglio Ridilianum/Rodigliano, cioè la futura Capaccio Nuova), Carratellum, Trentenaria, Albanella, Altavilla, Silifone e Convingenti sono tra i castra, terre o loca che erano stati esentati dopo la guerra dal pagamento parziale o totale delle Generalis Subventio o da altri tipi di imposte per le distruzioni subite.
La conseguenza, però, più lunga e deleteria di questa guerra fu la malaria, il morbo che a detta di alcuni studiosi sino ad allora era ancora sconosciuto (2), e che, divenne endemico per secoli in modo irreversibile nel territorio, perdurandovi fin quasi ai nostri giorni.

Particolare di una presunta mappa aragonese (XV sec.)


Se le devastazioni della Guerra del Vespro ed il conseguente spopolamento incisero profondamente non solo nella Piana di Paestum, ma anche nel vicino Cilento, tanto che non furono pochi i villaggi e casali scomparsi, l'impaludamento susseguente all'abbandono di vaste zone del territorio, dovuto anche al continuo e costante disboscamento, favorirono, come abbiamo accennato, la diffusione delle febbri malariche, che a loro volta innescarono un nuovo ed irreversibile processo di
spopolamento che caratterizzerà i periodi successivi.

Lo spopolamento della Piana, porterà anche all'inizio della decadenza della città di Caputaquis, proprio perché venne a perdere quel ruolo baricentrico e funzionale ai vari centri abitati ed attività economiche presenti nella piana.

La Piana Pestana da una mappa "erudita" settecentesca.


La conclusione politica della guerra del Vespro, ratificata nel 1302 con la pace di Caltabellotta, coincise con l'inizio del periodo più nefasto per la regione, giacché nell'arco di tempo compreso fra il regno di Roberto d'Angiò e quello di Giovanna II, praticamente per tutto il XIV secolo ed oltre, "il territorio venne funestato da una paurosa serie di sventure: dai nuovi conflitti contro i nemici esterni, alle lotte delle fazioni interne, dall'azione devastatrice delle bande armate locali all'avvicendarsi delle compagnie di ventura che percorrevano per proprio conto la regione, dalla pirateria degli aragonesi di Sicilia a quella degli abitanti della costa amalfitana, dalla carestia del 1343 alla peste degli anni 1348, 1383 e 1401 nonché ai terremoti del 1349 e 1401". (3)

Se alla fine della guerra la città di Caputaquis apparentemente sembra riprendersi, e i guasti della guerra riparati, essa comincia comunque un inesorabile declino, avendo perso il suo stesso motivo di essere, quale centro politico, amministrativo ed economico di quella vasta rete di abitati ed attività economiche insistenti sulla sua piana. 
Lungo tutto il XV secolo Caputaquae comincia lentamente a spopolarsi, arrivando quindi al secolo successivo ad essere abitata da poche famiglie:

"...Nel 1493 abitavano in Capaccio Vecchio molte famiglie, le quali formavano Corpo di Università, ed il nuovo Capaccio a quell'epoca appellavasi Li Casali. 
A poco, a poco ed anno per anno nel tempo avvenire gli abitanti della Città l'abbandonarono, e si ritirarono ne' Casali, dando a questi il nome di Capaccio Nuovo, ma non furono avveduti di trasferire con loro la Cattedrale  ... in Capaccio Nuovo:
sebbene io credo esserne stata la cagione il non averla, come i Pestani, abbandonata in una volta, ma a varie riprese."
A scrivere è il Canonico Giuseppe Bamonte ne "Le antichità Pestane" opera che diede alle stampe nel 1819.
Lo  dice in base ad una "platea", datata (in quella parte) 19 maggio 1493, da lui consultata, da cui trae delle notizie assai sintetiche.
Una platea, in questo caso, nulla è, se non una descrizione ed inventario "delle cose, beni", luoghi, "e giurisdizioni della Chiesa Cattedrale di Capaccio sotto il titolo di S. Maria Maggiore".
In questa platea nella descrizione dei luoghi inevitabilmente vengono indicate beni e persone all'epoca ancora residenti nell'antica città di Caputaquae.
Ciò ci indica, con numerose altre evidenze documentali,  ma anche archeologiche, che la città di Caputaquis si spopolò durante un lungo processo iniziato intorno al XIV secolo e terminato nel XVI sec.. 
  
Ciò spiega il perché nel 1580, il vicario apostolico Orazio Fusco, pretendendo che i canonici risiedessero presso la Cattedrale, restaurata dal precedente Vescovo, Podocatario, e trovando l'opposizione di questi proprio a causa della sede ormai disagiata, immaginò di rivitalizzare la città chiedendo agli abitanti di Capaccio Nuovo di trasferirvisi. I Capaccesi riunitisi nel “parlamento”, organo deliberativo delle Universitas Iuris Gentium (in pratica i comuni) posero però delle condizioni e cioè che gli fossero concessi privilegi dal Papa e dal Re, tra cui le esenzioni fiscali (4).
L'epilogo lo possiamo immaginare: non se ne fece nulla.

Dello spopolamento di Capaccio Vecchio se ne avvantaggiarono i centri abitati più interni e collinari, in particolare quello che oggi è ricordato come “Li Casali di San Pietro”, ossia Capaccio Nuova, che comincerà a dirsi così solo alla fine del XV secolo. Ciò trasse in inganno lo storico P. Cantalupo che nella sua opera “ I limiti territoriali della Diocesi di Capaccio” analizzando le “Rationes decimarum ltaliae” relative agli anni 1308-1310, cioè il registro con l'elenco degli enti religiosi che in tale periodo erano tenuti a pagare le decime alla Chiesa di Roma, non vi trovò stranamente menzionata Capaccio Nuova con la sua chiesa, quella di San Pietro, senza accorgersi che era invece menzionata come “Redigliano” ("Casali Rodiliani" o "Redoliani"), toponimo che ancora sopravvive nel Capoluogo, come Rodigliano, e che ritroviamo menzionato anche nel Codex Diplomaticus Cavensis. (5)





NOTE:

(1) In Cantalupo P.,  Il feudo vescovile di Agropoli (XI-XV secolo)...
(2) Stranamente le fonti classiche, che di molte cose del nostro territorio dicono, sulla presenza della malaria , che dovrebbe essere stata endemica già allora, tacciono. A rimarcare poi tale misterioso silenzio delle fonti storiche "vi è l'incontrovertibile constatazione che la Scuola medica salernitana, pur nella sua notevole casistica medioevale di malattie e cure, non conobbe questo specifico male sia sotto il profilo diagnostico che curativo" (Cantalupo P., Vino e vigne nel Medioevo).
(3) Cantalupo P., Il bufalo nella storia e nell'economia del Salernitano.
(4) Ebner P., Chiese Baroni e Popoli del Cilento, II.
(5) Nel CDC, 9, pag. 105 (anni 1065/1072) compare un'altra variante "Ridilianum": "Ego Petrus filius quondam Mauri su[b]diaconi clarifico me habere rebus in locum Trintinaria ET in locum RIDILIANUM UBI PROPRIO MONTICELLUM DICITUR et in locum Pazzano …". Pare chiaro così che la dizione Ridilianum indica un territorio più ampio e che quindi Monticellum è una località specifica di Ridilianum.