Vi è un'oggettiva responsabilità politica dell'amministrazione Voza, la quale come garante dei cittadini rispetto la burocrazia comunale, avrebbe dovuto vigilare sull'operato dei responsabili del procedimento di trasmissione dell'istanze di rimborso per l'esondazione del Sele 2015.
Istanze trasmesse con 16 mesi di ritardo!
Peggio, non ha dato per tempo la notizia dell'archiviazione delle pratiche di risarcimento da parte della Regione Campania.
Bene ha fatto l'amministrazione comunale a denunciare l'accaduto ed ad individuare le responsabilità politiche. Male ha fatto quando non ha anche chiarito quali i profili di responsabilità di chi nall'ambito del procedimento, che ricordo è condotto in autonomia dai funzionari responsabili, avrebbe dovuto chiuderlo entro il limite di 10 giorni come stabilito dalla Delibera di Giunta Regionale n. 410 del 2010.
Nè si è chiarito quali i problemi che hanno causato il clamoroso ritardo.
Credo che i cittadini abbiano il diritto di conoscere quali siano stati i "problemi tecnici" che hanno influito sulla pessima performance della macchina burocratica comunale.
Ma è anche da sottolineare che vi è una responsabilità oggettiva della Regione Campania, che fissa in 10 giorni il limite di trasmissione delle pratiche di risarcimento, come se in tale lasso di tempo gli alluvionati e le stesse autorità locali non avessero da pensare a ben altro in uno stato di emergenza perdurante. (1)
A chiarire poi il senso della delibera è che si stabilisce che chi procede alla richiesta di risarcimento rinuncia alla procedura giudiziale di risarcimento.
Insomma un modo per la Regione per ridurre le responsabilità che la legge le imputa in questi casi.
La riprova che la scelta di non pagare è di natura politica (potendosi una delibera di giunta anche modificare) è che nel 2010 e nel 2014 la regione ha accettato le richieste di risarcimento malgrado alcune presunte irregolarità.
Nel 2010 le operazioni furono condotte per tempo (per merito del dott. Antonio Zerenga) ma con una modulistica diversa da quella indicata in delibera.
A questo punto se è vero che la Regione sta proponendo la liquidazione del danno calcolato sull'8% del 50% del danno stimato (cioè su un danno di 10.000 euro subito, mi si calcola il danno sul 50%, cioè su 5.000 euro per un importo pare all'8%, cioè 400 euro!) le cose diventano ancora più chiare.
Insomma a Napoli hanno "concreato" il problema ed oggi spetta a loro risolverlo per via bonaria, evitando che i cittadini debbano adire per altre vie.
Capisco che gli attuali amministratori sollevino le responsabilità della passata amministrazione comunale, un po' meno quando non indicano anche quelle della Regione, arrivando paradossalmente ad apparire come quelli che invece di prendere le parti dei propri amministrati, legittimano l'operato "iniquo" della Regione.
Questa però è un'amministrazione che ha un'approccio più pratico e fattivo della precedente.
Per questo spero che si faccia tramite degli interessi degli alluvionati con la giunta regionale, al di là degli incontri ricognitivi, che pur ci sono già stati, e quindi promotrice di una soluzione bonaria del problema ed in caso che la Regione persista nel suo atteggiamento che l'amministrazione comunale capaccese si faccia essa coordinatrice ed ausilio di una "azione collettiva" degli alluvionati del 2014 (per i presunti risarcimenti ridicoli proposti) e per quelli del 2015 (per l'archiviazione) presso il Tribunale delle acque.
Da quel che ho capito da talune dichiarazione sui social di esponenti dell'amministrazione comunale, questa "non abbandonerà" gli alluvionati, come pare abbia fatto poi la precedente a se stessi, ma sembra che si stia attivando a tutti i livelli perché si arrivi ad una soluzione confacente agli interessi dei nostri concittadini alluvionati.
Se son rose fioriranno.
Note:
(1) Parrebbe però che il limite 10 giorni fissato dal punto 7 del DGR 410/2004 si riferirebbe alla presentazione della domanda presso il Comune. Interpretazione che sarebbe confortata dalla lettura del punto 10. Resta però fermo che l'interpretazione della norma al momento vincolante è quella della Regione, salvo un pronunciamento in senso diverso di un'organo di giurisdizionale.
Jean-Charles GESLIN (1814 - 1885), Les Temples de Paestum
Così, per penetrare nei misteri dell'arte antica, si recò a Pompei, dove vi rimase per nove mesi e si spinse persino a Paestum, dove ebbe l'audacia di lavorarvi per diciassette giorni di fila. Nelle sue opere vi riversò una tenacia appassionata.
Paestum, infatti, era uno delle località più ricche della Lucania ed uno dei centri più brillanti della civiltà romana; ci sono ancora magnifiche rovine; ma a causa delle infiltrazioni del mare, queste pianure già fertili sono solo una grande palude, dove la febbre continua a regnare. I viaggiatori raramente vi si avventurano, e il soggiorno dei più coraggiosi non è che di poche ore.
Ne consegue che nel 1844 queste rovine erano poco conosciute.
Geslin, sedotto dalla loro maestosa bellezza, decise di realizzare un certo numero di vedute.
Su indicazione di una guida, si recò a Capaccio, un borgo a pochi chilometri da Paestum e chiese ospitalità ad un convento. I monaci, dopo molta esitazione (l'avevano scambiato per un inglese e quindi creduto eretico) infine lo accolsero, ma fecero tutto il possibile per farlo desistere dalla sua impresa. Il nostro amico ci raccontava che spesso usciva dal convento alle prime ore del giorno per scendere fino alle rovine; egli paragonava la contrada ad un pozzo pestilente, dopo aver raggiunto un certo punto sulla costa, si sentiva preso da un mal di testa violento ed un torpore invincibile dal quale non poteva scuotersi senza l'aiuto di giovinetti del paese che appositamente pagava per impedirgli di dormire; perché a Paestum “la siesta” è mortale.
Jean-Charles GESLIN (1814 - 1885), Il Tempio di Nettuno.
Quando ritornava la sera al convento, il malessere lo lasciava alla stessa altitudine, per così dire, dove la mattina lo prendeva.
Egli però è stato ricompensato: ha scoperto un resto di pittura antica, ancora inedito, che è apparso nella rivista artistica di MM. il Barone Witte e di Francois Lenormand, e riportò una serie di disegni e schizzi notevoli, alcuni dei quali poi diventarono soggetti per dipinti, uno dei quali, tra gli altri, di grandi dimensioni che nel 1856 aveva dato al prefetto della Senna da vendere a beneficio delle vittime delle inondazioni della Loira, raffigurante l'insieme dei Templi di Paestum. Non sappiamo dove è oggi questo dipinto; un altro, il grande Tempio di Nettuno, è stato acquisito da M. Millescamps e abbiamo ancora alcuni schizzi di questi monumenti, che stanno per essere completati.
Ma tali spropositi nel lavoro sono sempre pagati, soprattutto quando avvengono in condizioni igieniche così deplorevoli. Tornando a Pompei, Geslin è preso da febbri malariche: per due mesi lo si crede perduto; appena la sua convalescenza cominciò, il dottore lo costrinse a tornare in Francia. Ma durante i tre anni seguenti fu soggetto a delle forti febbri da mettere a volte in pericolo la sua vita.
Più tardi quelle ore di crudele sofferenza non contarono più nulla, potendo assaporare la ricca raccolta di acquarelli e di studi pittorici che aveva portato dalle principali città d'Italia ma soprattutto alla luce dalla maestria che aveva acquisito nella sua arte.
Achille Vianelli, Convento S. Antonio di Capaccio, 1843.
Tratto da "Notice biographique de Jean-Charles Geslin, architecte, peintre et archéologue, ancien inspecteur du Musée du Louvre au département des Antiques " di Emile Clairin, Vitry-le-François, Typographie Pessez e C., 1887.
La traduzione è mia, quindi mi si scusi per la sua approssimazione. Il mio francese è pessimo.
Una considerazione sull'acquarello del Geslin.
E' straordinario in quanto narra in pochi tratti di pennello la storia della sua permanenza a Paestum.
I templi appaiono magnifici e bellissimi, lo scenario apparentemente bucolico, ma vi s'intravede l'artista disteso sotto un ombrello. E' svenuto. Accanto uno dei fanciulli che aveva assoldato affinché non cadesse nel "sonno mortale". Ma vi sono anche due frati. Sembrano preoccupati ed agitati. Forse gli stessi frati del Convento di Capaccio, quello francescano di S. Antonio, che avevano cercato di dissuaderlo dal trattenersi nella Piana malarica.
La dedica è emblematica: "Petit témoignage d'une grande amitié", una piccola testimonianza di una grande amicizia.
H. C. Andersen: “To af Templerne i Pestum.” Sted Paestum, Italien, Datering 4 marts 1834.
Tutti conosciamo Andersen per le sue favole, a pochi è noto che fu un prolifico scrittore che scrisse anche non pochi romanzi. Tra questi quello che gli diede la notorietà internazionale è “L’improvvisatore” (Improvisatoren) del 1835. Opera interessante perché Paestum ha un ruolo fondamentale nello sviluppo della trama.
E’ il tipico romanzo romantico dove lo scrittore traspone se stesso e la propria vita nel protagonista e negli eventi che narra.
“ Andersen riscrive la sua vicenda personale di figlio emarginato di un calzolaio amante della poesia e del teatro e di una illetterata quanto angelica mamma lavandaia. Brutto, troppo alto, goffo, ambiguo nelle sue pulsioni sessuali, tardivo negli studi, sospetto di dislessia e stupidità, ma intimamente certo della sua stella luminosa grazie alla profezia di una maga. Lo seguiamo fuggire dal paesello di pescatori alla capitale Copenaghen, protetto per casi fortuiti da re in persona e importanti personalità della cultura danese, sempre segnato dalla consapevolezza della propria diversità, ma deciso a spiegare le ali di cigno liberandosi dell’infanzia da anatroccolo. Questa “fiaba della sua vita” Andersen la proietta in Antonio, un giovane orfano romano cresciuto in stamberghe nei pressi di Piazza Barberini. Scrive a un’amica di essersi “fatto” romano nella “novella” appena iniziata. A differenza di Goethe che scende a Sud per possederlo (“Roma è mia”), Andersen si fa possedere non solo dal genius loci ma anche dai personaggi incontrati nel suo viaggiare” (1)
Insomma è la storia della trasformazione del brutto anatroccolo in cigno, cioè del
“ giovane talento illetterato e ambizioso, Antonio, che dopo essere stato adottato da un “Sua Eccellenza” della famiglia Borghese (colpevole di omicidio colposo, si direbbe oggi, investe sua madre sotto le ruote della sua carrozza), non senza un certo sussiego viene introdotto alla cultura e alla società. Il giovane fugge di nascosto e il suo viaggio a Sud non è dalla Germania all’Italia, bensì da Roma a Napoli, traendo ispirazione da altri personaggi che rifrangono parti dell’Andersen adulto mescolate con tratti di Thorvaldsen e di altri artisti romani. La sua “nascita a sud” avviene a Napoli, quando decide di calcare le scene del San Carlo e di entrare nei salotti-bene come “improvvisatore” . (2)
L’opera nasce spontaneamente e tumultuosamente durante il suo viaggio in Italia tra il 1833 ed il 1834 e viene conclusa l’anno successivo al suo ritorno in patria. Viaggio che portò Andersen a Firenze, Roma, Napoli, Capri, Milano e Venezia, Paestum e dove l’autore conobbe briganti e mendicanti, vide il carnevale romano, avvicinò pittori e scultori nordici e tedeschi, visitò le catacombe, ascoltò le serenate notturne, rimanendo profondamente affascinato dall’arte e dalla natura italiane.
Ed è uno di questi “incontri” inaspettati che avverrà a Paestum durante la sua visita dei Templi che gli ispirerà uno dei personaggi principali del suo romanzo.
“Più tardi ho visitato Pompei, Ercolano e il tempio greco a Paestum. Lì vidi una povera ragazzina in stracci, però un'immagine di bellezza, una statua viva, ma ancora una bambina. Aveva delle violette blu nei suoi capelli neri, erano tutto il suo ornamento. Mi ha fatto impressione come se fosse uno spirito del mondo della Bellezza. Non riuscì a darle del denaro, ma si levò in piedi con rispetto e la guardai come se fosse la divinità che appariva dal tempio sui cui gradini era seduta tra i fichi selvatici.” (3)
Nel romanzo la piccola mendicante, Lara, è invece cieca ed Andersen realizza la sua fantasia baciandola. Sei anni più tardi il suo avatar letterario, Antonio, la rincontrerà, guarita dalla cecità per arti magiche nella Buca delle Streghe a Capri. Se ne innamorerà e la sposerà.
NOTE:
1 - Camilla Miglio dal Il Manifesto
2 - Ibidem
3 - Dall’Autobiografia, passo citato in “ The Kiss of the Snow Queen: Hans Christian Andersen and Man's Redemption by woman, Wolfgang Lederer, pag. 153, University of California Press, 1986. (Mia traduzione dall’inglese).
La "coreutia" o arte artecoreutica(dal greco chorèia, cioè danza) è ciò che rimane in ambito popolare di antiche tradizioni sciamaniche, che in Italia meridionale sono transitate attraverso l'età classica ed il medioevo sino a noi. La danza, come strumento terapeutico, esorcistico ma anche di raggiungimento della trance estatica, è una tipicità proprio della tradizione sciamanica, anche se oggi è ridotta a fenomeno culturale e d'intrattenimento folkloristico. La "tarantella", di cui la "pizzica" (dal pizzico o morso della tarantola) è una variante locale, diventa quindi protagonista di questo rito "esorcistico" di guarigione. Condizione essenziale del rito è che la "taranta" fosse “ballerina” e che per farla “crepare” sia necessario mimarne la danza: la tarantella. Di fatto il tarantolato, o come più spesso accadeva la tarantolata, era tale perché posseduto dal ragno, che bisognava quindi esorcizzare nella danza per indebolirlo e schiacciarlo. Il ballo assumeva così valore terapeutico ed il rito "esorcistico" proprio sul ballo era incentrato. Cominciava in genere con la tarantolata stesa a terra che al ritmo della musica cominciava a muovere le dita, le mani, i piedi e presa dalle convulsività ritmica infine tutto il corpo. . Le crisi e quindi i balli si susseguivano anche per più giorni prima che la "possessione" arrivasse a soluzione ed il male scomparisse.
La pizzicata, come esempio folkloristico del rito esorcistico delle tarantolate.
Nel passo che segue, tratto dalle "Antichità Pestane" (1), Giuseppe Bamonte, canonico della Cattedrale di Capaccio e socio corrispondente della Reale Società Agraria di Salerno, descrive un caso di tarantismo così come ebbe egli stesso ad osservarlo in una donna cinquantenne del luogo.
"Nelle stesse campagne Pestane, specialmente nel luogo detto di Tempe di San Paolo trovasi un'altro insetto chiamato tarantola: ha la figura e la grandezza de' ragnateli di campagna, di varj colori, ma non ordisce tela, e comparisce nel tempo della messe.
Se alcuno ne viene morso, subito resta compreso in tutto il corpo da veleno, che lo crucia con forti dolori senz'altro rimedio che di suoni e balli.
Il paziente dopo aver intesi suoni di varj strumenti, e varie sonate di ballo, finalmente si muove a ballare, con uno che più le dà a genio; si riscalda nel ballo, prorompendo in voci di allegrezza e quasi pazzia, è mostra tutto il suo piacere al ballo, non che alla persona prescelta: finalmente stancato si slancia tra le braccia di due persone all'uopo preparate in piedi; si addormenta subito: dorme poco; si risveglia sano senza alcun dolore, e senza niente ricordarsi di quanto gli è accaduto, menocchè del morso ricevuto.
Suol durare il patimento due, e tre giornate, finché l'istromento, la sonata, la persona non hanno incontrato il di lui piacere.
Ho veduto tutto ciò avverarsi in una donna di cinquant'anni. "
Altro esempio affine è il cosiddetto "Ballo di San Vito", che nella tradizione storica era connesso ad una più variegato numeri di mali mentre la moderna scienza medica la restringe alla sola còrea di Sydenham (chorea minor). Anche del Ballo di San Vito abbiamo numerose testimonianze storiche, specie di età medioevale, anzi pare che nell'Europa tra il XIII ed il XVII secolo ebbe carattere endemico con l'esempio eclatante di Aquisgrana del 1374. Scrive Justus Friedrich Karl Hecker nel suo "La danzimania malattia popolare nel medio-evo" (2):
"Non erano ancora dissipati che derivarono dalla Morte Nera (3)..., allorché in Germania una strana manìa investì gli animi... Una convulsione, uno spasimo investiva stranamente il corpo, è per ben due secoli eccitò lo stupore dei contemporanei; e dopo quell'epoca non si fece più vedere. Venne dessa appellata Ballo di San Giovanni, ovvero di San Vito, e ciò per i salti con cui gli ammalati a guisa di baccanti, uniti in orde selvagge, schiamazzando, e con la schiuma alla bocca, offrivano l'aspetto di ossessi. (...) Già nell'anno 1374 si videro in Aquisgrana turbe di uomini e di donne procedenti dalla Germania, che riuniti da delirio comune sì nelle strade, che nelle chiese offrivano al popolo tale uno strano spettacolo. Uniti mano con mano formavano dei circoli, e privi quasi dei sensi e furenti danzavano per varie ore di seguito senza prendere vergogna dei circostanti, sinché spossati cadevano al suolo, indi si querelavano di forte ambascia, e spiravano come fossero preso a morte, finché si fasciava loro fortemente il ventre con panni: dopo di che si riavevano, e restavano liberi sino al prossimo assalto. (...) Durante la danza avevano delle apparizioni, non vedevano, non udivano, la immaginazione presentava loro dei fantasmi, di cui balbettavano i nomi, ed alcuni narravano di poi, che sembrando loro di essere come immersi in un torrente di sangue, erano costretti a saltare così alto. Altri nelle loro convulsioni vedeansi spalancato il Cielo, ed il Salvatore sedente sul trono, presso di lui la divina Madre, secondo che la credenza di quei tempi agiva meravigliosamente sulla loro fantasia. (...) Questa diabolica malattia si diffuse in pochi mesi da Aquisgrana dove era comparsa in luglio nei vicini Paesi Bassi. In Luttich (Liegi) Utrecht, Tongern, ed in parecchie altre città del Belgio comparvero i ballerini di S. Giovanni con ghirlande in testa, e col ventre stretto da panni, ... Nelle città e campagne le chiese riempironsi di devoti, da per tutto furono stabilite processioni, celebrate messe, e tutto risuonava di inni ecclesiastici, in somma universale era il terrore incusso da una malattia, la cui origine diabolica nessuno osava mettere in dubbio. In Liegi i sacerdoti pensarono di ricorrere agli esorcismi, e cercarono a tutta possa di allontanare un flagello, che sembrava minacciarli, mentre gli ossessi riuniti in truppe vomitavano imprecazioni contro di essi, e volevano ucciderli. (...) I Sacerdoti credevano di doversi persuadere ogni giorno più essere gli ossessi una specie di settarii, e perciò si affrettavano cogli esorcismi, onde il male non dilagasse nelle classi superiori, mentre allora erano stati attaccati i soli poveri. (...) E realmente alcuni ossessi durante gli esorcismi avevano esternato che si avrebbe dovuto lasciare i demoni ancora poche settimane, che allora sarebbero passati ad invadere i corpi delle persone ragguardevoli e dei principi, e coll'opera di essi avrebbero distrutto il Clero. (...) Quindi con tanto maggiore calore i sacerdoti cercavano di prevenire una sì pericolosa disposizione popolare, quasi che la follia avesse potuto realmente minacciare l'ordine stabilito delle cose. I loro sforzi ebbero effetto; poiché nel secolo decimoquarto gli esorcismi erano un efficacissimo presidio; sia che quello stato di frenetico esaltamento trovasse il suo fine nello spontaneo successivo abbattimento, dopo dieci mesi nelle città del Belgio non si vedeva più alcun ballerino di S. Giovanni. Ma il male avea messo radici troppo profonde, per essere svelto del tutto e con tanta facilità. Un mese dopo la sua comparsa ad Aquisgrana, mostrossi danzmania in Colonia, dove furonvi oltre cinquecento essessi, e verso lo stesso tempo in Metz, dove si vuole che mille e cento danzatori ingombrassero le pubbliche vie." (4)
Ma a Strasburgo nel 1418 non andò meglio:
Molti centinaja cominciarono a Starsburgo
uomo e donna, a ballare e a saltare,
sulle pubbliche piazze, vicoli e strade,
giorno e notte; molti di loro non mangiavano
finché cessava il furore. Questo flagello appellosi Ballo di San Vito. (5)
Naturalmente il "tarantolismo" ed il "ballo di S. Vito", malgrado le somiglianze, sono due fenomeni distinti.
Il primo era un vero e proprio "rito" curativo e nel contempo anche "catartico". Infatti la ricerca etnografica a partire con Ernesto De Martino vi ha visto anche una cura dell'anima, di quei conflitti interiori irrisolti, cioè di risoluzione dei conflitti psichici individuali che ri-mordono nell'oscurità dell'inconscio.
Dice Ernesto De Martino nel suo "La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud":
"Nella cresi del tarantismo il rimorso non sta nel ricordo di un cattivo passato, ma nell'impossibilità di ricordarlo per deciderlo e nella servitù di doverlo subire mascherato in una nevrosi: è proprio per questo rischioso vuoto della memoria e per il conseguente carattere di estraneità; che il sintomo mascherato assume per la coscienza il sintomo del tarantismo configura come primo morso; ciò che è in realtà un ri-morso; di un episodio critico del passato, di conflitto rimasto senza scelta. D'altra parte proprio attraverso il sintomo della taranta, tale conflitto entra nella coscienza, sia pure nella forma alienata di una taranta che morde ed avvelena: vi entra però non come sintomo della malattia, ma come progetto di evocazione e di deflusso, di ripresa e di reintegrazione, come sistema simbolico di una taranta avvelenatrice, che ha ritmo, melodia, canto, danza, colore e che può essere ascoltata, cantata e vista durante l'identificazione agonistica della danza della piccolataranta.
Il simbolo della taranta mette in movimento un sistema di sicurezza che ha tutti i caratteri della plasmazione culturale: attraverso il suo proprio orizzonte e gli orizzonti simbolici minori cui presiede, le singole crisi individuali sono sottratte alla loro incomunicabilità nevrotica, per ricevere una comune plasmazione nel comportamento dell'avvelenato e per fruire di un comune trattamento risolutivo per mezzo della musica, della danza e dei colori e di quant'altro dispone il dispositivo in azione." (6)
Il secondo, nella medicina moderna, è inteso in riferimento all'affezione, che si manifesta in movimenti scomposti e compulsivi, di natura prevalentemente neurologica (fermandosi cioè al dato fisico), anche se, come abbiamo visto, nell'antichità evidentemente si faceva invece riferimento ad una gamma più vasta di mali esprimentisi attraverso i caratteristici "balli", che erano sicuramente qualcosa di più di semplici movimenti compulsivi propri di una patologia del sistema nervoso così come descritta nella sintomatologia della corea minor, assumendo invece tutte le caratteristiche proprie di un' "isteria di massa".
Aspetto questo, che trova in molti riferimenti storici, una sua allocazione in un contesto più vasto.
Già in epoca classico alcuni studiosi hanno intravisto la possibilità di collegamenti tra il tarantismo, come noi lo conosciamo, e la tradizione sacra greca. Infatti nella Sicinnide, danza rituale nei baccanali, gli officianti pare usassero una veste detta "tarantinula", che ci ricorda per l'appunto l'omonimo ballo legato al tarantolismo.
Di diverso avviso il Naselli, che nel suo studio etimologico lega la voce tardo latina “tarenta” e dei dialetti meridionali "taranta" al nome della città di Taranto (Ταρας, Tarentum) ed ai corrispettivi diminuitivi di “tarentula” (in volgare “tarantola") e "tarantella" (7).
Di certo già Platone nelle sue opere, il Fedro ed l'Eutidemo, descrive fenomeni simili al tarantolismo nell'antica Grecia. Nel Fedro distingue la cosiddetta follia dalla "giusta mania" la cui funzione è quella di regolarizzare l'eccesso di irragionevolezza dandole un'orientazione telestica, nella seconda accenna più compiutamente all'impiego di formule cantate per annullare le conseguenze dei morsi di scorpioni, serpenti e ragni malefici. Così Socrate nella sua seconda orazione del il Fedro dice:
"Oh tu, io ora vo' che pensi che la prima orazione era di Fedro figliuol di Pitocle, mirrinusio, e quella che dirò io, di Stesicoro figliuolo di Eufemo, imerese. E dirò cosí:
Non è orazion verace quella che, presente un che ama, dica che si ha a esser graziosi piú presto a un che non ama, per ciò che l'uno è in furore e l'altro è savio: perché, se la mania fosse schiettamente un male, direbbe vero; ma non è, anzi i piú grandi beni ci vengono per mania, quella, intendo io, data per divino dono dagl'Iddii. E veramente la profetessa a Delfo e le sacerdotesse a Dodona fecero all'Ellade molte e belle cose, alle private persone e alla comunità, essendo in furore; savie, poco o niente. E se mentovassimo Sibilla e tutti quelli altri che giovandosi della mantica, dono degli Iddii, dirizzando l'occhio entro il futuro, profetarono molte cose a molti, anderemmo per la lunga, dicendo ciò che pur noto è a ciascuno. Niente di meno si vuol testificare che quelli antichi, i quali posero i nomi, non riputarono brutta la mania né ontosa; se no, la bellissima arte per la quale si scerne il futuro, non la chiamavan manica, involgendoci quell'istesso nome; ma giudicandola cosa bella quando essa è per divino fato, la chiamaron cosí. I novelli poi, della bellezza selvaggi, gittandoci il tau (τ) dentro la chiamaron mantica. E anche la investigazion che si fa dai savii, del futuro, per uccelli o per altri segni, perciò che per discorso di mente essi alla estimativa umana procurano intendimento e cognizione delle cose, οἱo-nistica (οἰονoϊστικήν) la denominarono gli antichi; la quale con un o lungo (ω) magnificando, oioonistica (οἱωνιστικήν), la chiaman cosí i novelli. Ora, quanto piú è perfetta e onorata la mantica della oionistica, il nome del nome, la cosa della cosa; tanto, dicon gli antichi, la mania veniente dagl'Iddii piú essere bella della saviezza che è negli uomini. E mandando morbi e travagli la collera di alcuno Iddio ad alcune genti, per antichi peccati, se avvenne che si generasse mania in alcuno, essa, profetando ciò che era bisogno e confortando quelle a supplicare e a inchinarsi all'Iddio, trovò la via di salvazione; e procacciando la purgazione e la iniziazione ne' misterii allo invasato e dirittamente infuriato, fe' lui incolume e libero da' mali, allora e poi. (...)" (8)
Così sulla base di queste memorie di usi, riti e tradizioni dell'antichità per alcuni autori vi è una continuità storica, che vede nella "tarantella" e nel tarantismo le vestigia di tale passato.
Così Henry Swinburne nel suo "Travels in the Two Sicilies" dopo aver descritto minuziosamente il rito purificatorio a cui ha assistito conclude a proposito degli officianti che:
"...They are axact copies of the ancients priestesses of Bacchus. The orgies of that God, whose whorship, under various symbol, was more widely spread over the globe than that of any other divinity, were, no doubt, performed with energy end enthusiasm by the lively inhabitans of this warm climate. The introduction of Christianity abolished all public exhibition of these heathenish rites, and the women durst no longer act a frantic part in the character of Bacchantes." (9)
Ma è a metà del XIV secolo nel "Sertum papale de venenis" di Guglielmo Marra da Padova, un ricettario medico sulla cura degli avvelenamenti, che troviamo uno dei primi accenni alla pratica del tarantolismo:
"quando il malato ode una melodia che coincide con il canto del ragno da cui è stato morso, ne trova giovamento".
Da allora si susseguono numerose citazioni e studi del fenomeno a cui non si sottraggono personaggi come Heinrich Cornelius Agrippa nel De Occulta Philosophia, Athanasius Kircher nel Magnes sive de arte magnetica (10) o anche Leonardo da Vinci che nel suo "Bestiario" sinteticamente afferma:
" Il morso della taranta mantiene l'omo nel suo proponimento, cioè quello che pensava quando fu morso." (11)
Affermazione questa di Leonardo non poco interessante...
Oggi è evidente che fenomeni come il tarantolismo sono gli strumenti elaborati dagli antichi, forse attraverso un'esperienza sapienziale, empiricamente comprovata dai risultati nel tempo, con cui si realizzava una "cura" non solo "fisica" o della psiche individuale, ma anche di quella "collettiva". Di certo tali pratiche trovarono l'opposizione della cristianità, che vi intravedeva un elemento perturbatore ed eversivo dell'ordine sociale e morale, anche se in alcuni casi, come nel leccese, si cercò di dargli una caratterizzazione cristiana. Nel senso che se non puoi vincerlo, fallo tuo caratterizzandolo. C'è poi chi vede una certa continuità tra tali fenomeni con alcuni della nostra contemporaneità, cioè i "rave" ed i grandi raduni hippy degli anni sessanta, come ad una sorta di forma rinnovata di misticismo collettivo e delle grandi trance collettive delle culture tradizionali (12). Infine, poi, possiamo solo chiederci se il tarantismo o il Ballo di San Vito siano solo superstizioni o possano essere intese come le vestigia di antiche conoscenze sapienziali. E se fossero invece anche la manifestazione di bisogni profondi del nostro essere? Ma forse il giusto epilogo di questa riflessione sono le parole di G. Camilla:
" L'uomo moderno, "civilizzato", si sente molto superiore a queste manifestazioni che definisce "primitive", e le disprezza. Ma nella sostanza continua a comportarsi nella stessa identica maniera (...). Come il cosiddetto "primitivo" siamo posseduti da contenuti inconsci disturbanti, abbiamo gli stessi esorcismi protettivi. Certo, non ci serviamo più di talismani, di formule magiche, di sacrifici di animali: ci serviamo però di ideologie, razionalismi, concettualizzazioni, malattie psicosomatiche, .."(13)
Note:
(1) Le Antichità Pestane, Giuseppe Bamonte, Napoli, 1819.
(2) Justus Friedrich Karl Hecker , La danzimania malattia popolare nel medio-evo, Firenze, 1838.
(3) La peste.
(4) Justus Friedrich Karl Hecker, op. cit., pag. 9 e ss.
(5) Schilterra, Strasburgo 1689, in 4. Nota 21 del Ballo di San Vito, pag. 1085 e ss.
(6) Ernesto De Martino, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, pag. 201 e 202, Il Saggiatore, Milano 2009.
(7) C. Naselli, L’Etimologia di «Tarantella», estratto dall’Archivio Storico
Pugliese, anno IV, Bari 1951, fasc. III-IV, Bari, Cressati, 1951. Ibidem, Studi
di Folklore, Catania, Crisafulli Editore, 1953, pp. 87-101.
(8) "Dialoghi", di Platone; nella versione di Francesco Acri; a cura di Carlo Carena; pag. 17 e 18, CDE, stampa; Milano, 1988.
(9) Henry Swinburne, Travels in the Two Sicilies ...: In the Years 1777, 1778, 1779 ..., Volume 2, pag. 306, London, 1740.
(10) Athanasius Kircher ne parla nel Magnes sive de arte magnetica libri tres (Roma 1641)
oltre che nel Musurgia universalis sive ars magna consoni et dissoni (Roma 1650) ma anche nel Phonurgia Nova (Campidonae 1673).
(11) Leonardo da Vinci, Scritti Letterari, Bestiario, pag.42, Letteratura Italiana Enaudi.
(12) Georges Lapassade, Dallo sciamano al raver, Urra Edizioni.
(13) Georges Lapassade, op. cit.,