venerdì 19 ottobre 2012

PER UNA CITTA' DI PAESTUM IN ATTESA DI POSEIDONIA


Pubblicato da Giuseppe Liuccio, il giorno Domenica 14 ottobre 2012 alle ore 15.18,  sul suo profilo di Facebook.

Giuseppe Liuccio
Nel mio ultimo articolo ho lanciato l'idea/provocazione di RIFONDARE POSEIDONIA accorpando Agropoli e Paestum. Resto sempre più convinto della mia idea, anche se sono consapevole delle enormi difficoltà di realizzarla nel breve/medio termine e di doverla necessariamente collocarla nel futuro, se non addirittura nel futuribile.Con spirito pragmatico torno con i piedi ben saldi nel presente e mi riaggancio al dibattito piuttosto  vivace sulla "Nuova Paestum"
Il sindaco Italo Voza ha lanciato, di recente, una provocazione, che ha suscitato una serie di reazioni di segno opposto, ma, comunque, ha avuto l'effetto, certamente positivo, di focalizzare un problema reale, sul quale è opportuno, doveroso ed utile riflettere.Questa, in sintesi, la proposta: Abolire il vecchio toponimo di Capaccio Scalo, sostituendolo con  Nuova Paestum o Paestum Nuova.
"Nomina sunt conseguentia rerum" - sostenevano con saggezza gli antichi. E "Capaccio Scalo" nacque. quando la Stazione Ferroviaria era l'unico punto di riferimento per gli abitanti delle zone interne per le partenze:  voli di desiderio e di speranza per l'espatrio forzato, ottemperare agli obblighi della cartolina di precetto.   gli studi nelle città lontane,  il ricovero negli ospedali del capoluogo di provincia, ecc.  e relativi conseguenti ritorni. Partenze e Arrivi. Per il resto la Piana era zona malarica con salariati migranti che raggiungevano i campi di lavoro  a perdita d'occhio a raggiera dalla masseria del "signore"., scendendo all'alba dai paesi delle colline. L'assalto ai latifondi e la conseguente riforma agraria rivoluzionò storia, geografia ed economia e la pianura si popolò con borghi rurali disseminati dal Sele al Solofrone e dal mare alle colline con una logica di funzione allo sviluppo agricolo. Anche Capaccio Scalo si sviluppò con questa logica, a cui hanno fatto seguito Il Rettifilo da un lato e Laura dall'altro. Il commercio, prima, ed il turismo, poi, hanno prodotto una seconda rivoluzione geo-economica, che è ancora in atto. E Capaccio Scalo è cresciuta a dismisura, sull'onda, spesso, dello spontaneismo dettato da necessità e senza un preciso disegno urbanistico, per assenza totale, o quasi, della politica. Lo sviluppo, anche e, forse, soprattutto, quello urbanistico, lo ha imposto il mercato, che lo ha governato,o sgovernato, nella logica del profitto dei singoli e non nel superiore interesse della collettività:. Sono nati centri commerciali, studi professionali, banche, bar, ristoranti e tutta la vasta gamma di negozi funzionali ai bisogni della quotidianità di una umanità disaggregata che è cresciuta  di anno in anno e, spesso , di mese in mese.I palazzinari hanno fatto gli affari, i cittadini hanno avuto una casa, il territorio è stato devastato da una edilizia da rapina,.I ragazzi hanno avuto una scuola dell'obbligo I più grandi hanno avuto, tardissimo, un Istituto Superiore. Né gli uni, né gli altri hanno avuto luoghi funzionali alla socializzazione. Il tutto perché è nato ed è cresciuto un luogo da abitare non da vivere. Il tutto perché è mancata la Politica. Ora il sindaco Voza lancia un segnale,prendendo a pretesto la toponomastica; e va salutato positivamente perché è la spia di una esigenza reale, ineludibile e non più rinviabile:  ridisegnare   il territorio non tanto e non solo dal punto di vista meramente fisico urbanistico, anche se anch'esso importante, ma dal punto di vista delle funzioni a cui ogni centro abitato che si rispetti deve fare riferimento.Urge RAZIONALIZZARE L'ESISTENTE e fin da subito. Il sindaco ne ha lanciato il segnale.
Chiesa di S. Vito (Piazza Santini) nello scalo di Capaccio.
E, allora, non più Capaccio Scalo, e sono d'accordo; non Paestum Nuova o Nuova Paestum, che non avrebbe motivazioni né storiche, né, geografiche, né politiche, nel senso ampio del termine, ma semplicemente PAESTUM, riaffermando con un occhio alla storia, alla geografia, all'economia, la centralità di un nome che, se mai, deve corrispondere ad una vasta aggregazione urbana con la dimensione, il respiro e la dignità di una città.Se mai c'è urgenza e necessità di  riammagliare alcune contrade parcellizzate intorno ad un nucleo già esistente.:E Capaccio Scalo può assolvere a questo ruolo, come contrada più popolosa, candidandosi a diventare il centro propulsore della Città moderna. Ma la città ha bisogno di un'anima, che ne esalti l'identità, la visibilità e l'orgoglio di appartenenza. E da sempre in una qualsiasi città degna di questo nome c'è una Piazza con il Palazzo Comunale, la Chiesa Madre e tutta una serie di edifici funzionali alla socializzazione, nelle sue varie forme ed articolazioni ed in cui i cittadini si riconoscono e si identificano.Piazza Santini non risponde a questa logica, perché è decentrata, non è vissuta, non dispone di attività commerciali e della ristorazione, non ha centri culturali e di aggregazione, la stessa Casa Comunale non è sentita e rispettata come tale, né tanto meno amata dai cittadini, ma avvertita, per lo più, come luogo freddo di uffici anonimi in cui sbrigare frettolosamente pratiche e da cui scappare il prima possibile. Non ha un'anima, appunto. Non è il centro, il cuore pulsante di una città. E' fredda anche la Chiesa Parrocchiale che ha di antico soltanto il nome del protettore, San Vito, non certo la struttura urbanistica, anch'essa fredda e senza il pedigree del vissuto storico né  il fascino delle memorie delle grandi tradizioni. Casa Comunale, Chiesa Parrocchiale e Piazza potrebbero avere una loro centralità se diventassero cuore pulsante di una nuova città, da ridisegnare, delineandone i confini; lato monte, al Petrale e scendendo fino al mare della Laura. Naturalmente in questa ottica dovrebbe avere una sua centralità anche la Stazione Ferroviaria, che una politica miope della Società delle Ferrovie con il silenzio assenso, ancor più miope, dell'Amministrazione Locale, cancellò nelle sue funzioni dichiarandola, con un brutto termine "impresenziata". Forse in proposito è da riaprire un contenzioso in una visione nuova e più funzionale dello sviluppo dell'intero territorio, che abbia i confini nel Petrale e,scenda giù fino al mare, costeggiando.il Cerro da un lato e via Fornilli, dall'altro, tanto per cominciare- L'argomento è di straordinario interesse ed impone   una riflessione ampia, articolata ed approfondita, che mi riprometto di fare a breve.
Giuseppe Liuccio
g.liuccio@alice.it


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venerdì 12 ottobre 2012

AURELIO DI MATTEO ED IL TABU' DELLA CAPACCESITA'

Aurelio Di Matteo
Mi fa piacere leggere ancora Aurelio Di Matteo. Il suo intervento è stato sin dall'inizio più che opportuno. Vorrei però indegnamente fare delle chiose al suo ultimo intervento.

 La questione del nome dello scalo di Capaccio, ma anche della denominazione del Comune stesso, non è cosa recente. Questo Di Matteo, come neo concittadino, non lo può sapere, come anche molti dei miei giovani concittadini. Se ne parla da più di trent'anni. Sono tre le generazioni di Capaccesi che si interrogano e si danno risposte diverse da sempre. Naturalmente campanilismi, approcci superficiali, incomprensioni e strumentalizzazioni  hanno sempre avuto un ruolo determinante in tali dibattiti.

 Già nel secolo scorso, precisamente tra l'89 ed il '90 "il Club del tempo libero"  (Redio-Paestum) promosse un'indagine conoscitiva sulla denominazione della Piana.

I quesiti posti erano:
  • "premesso: che il nome del Comune resti sempre Capaccio, saresti d'accordo che le contrade si unifichino sotto la denominazione "Paestum" (es. Salerno - Paestena, Napoli - Vomero, ecc..)?
  • Secondo te, lo sviluppo in tutta la PIana di un centro urbano con la denominazione "PAESTUM" (diversa da Paestum Archeologica) unitamente ad una migliore programmazione e ricettività turistica, contribuirebbe ad avere più economia, più lavoro..?"
Le schede compilate furono circa un migliaio. Il 70% rispose sì ad entrambi i quesiti, il 25% annotarono che era necessario accentrare i servizi e/o di pensare alla separazione dei  Comuni di Capaccio e Paestum. Non mancarono come nelle vere consultazioni elettorali le schede bianche, gli annulli, le offese a questo o a quel personaggio pubblico, come commenti che possono essere esemplificati in uno per tanti: Capaccio-Paestum è un comune da terzo mondo.

 Il patron di Radio Paestum , Nicola Nigro, allora consigliere comunale, si fece latore della proposta del cambio di denominazione della Piana in Consiglio Comunale. Le reazioni alla proposta furono già allora del tutto simili a quelle a cui oggi assistiamo. Malgrado anche ostracismi e alcune autorevoli contrarietà, la proposta ricevette l'interesse degli allora consiglieri comunali. Fu istituita una Commissione Consiliare "per l'istruttoria degli atti relativi alla denominazione della Piana, nelle persone dei consiglieri: il SINDACO (Pietro De Simone), NIGRO Nicola, De PALMA Giacomino, FASOLINO Raffaele, CAPO Lucio, VITOLO Vincenzo, BELLELLI Enrico".  Seguì la delibera del Consiglio Comunale N. 19 del 20/03/1990,  con cui si disponeva la denominazione unica della Piana (con esclusione, quindi, del territorio collinare) di PAESTUM, come anche l'adozione per questa di unico Codice di Avviamento Postale.
L'iniziativa pare ebbe anche l'autorizzazione del Ministero degli Interni e della Pubblica Istruzione, come il plauso di diverse autorità nazionali, tra le quali la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Tale provvedimento resto però, alla fine, lettera morta.

In seguito, sindaco Pasquale Marino,  con un ulteriore intervento, il Consiglio Comunale decretò la trasformazione dello scalo di Capaccio in "Capaccio Marittima", dimentico che tra il mare e lo scalo vi fosse una contrada di troppo: la Laura!

Tale dovrebbe essere la denominazione dello scalo, secondo anche lo Statuto Comunale, all'art.3, comma 4.
In realtà l'iter amministrativo non fu mai completato mancando il placet del Prefetto, come vuole la legge.

Le contrade di Capaccio-Paestum
 Nel 2010 venne istituita la Commissione per la Toponomastica Comunale e nella seduta d'insediamento il Sindaco, Pasquale Marino, chiese ai suoi componenti (Mario MELLO; Roberto PAOLILLO, Sergio VECCHIO, Vincenzo DI SIRIO) non solo di procedere al riordino e all'aggiornamento dell'odonomastica cittadina, ma anche di pensare ad una nuova denominazione per lo scalo di Capaccio.

Testimonianza del procedere della Commissione e tracce del dibattito cittadino sono leggibili anche su questo blog.

In realtà, però, della questione se ne è sempre dibattutto, a volte sommessamente, a volte pubblicamente, toccando spesso anche la denominazione del Comune medesimo.
Il merito del Sindaco Italo Voza è stato quello di riprendere il filo di un discorso, o forse un processo, mai terminato.

Diversamente da molti credo che l'attuale dibattito, che si è acceso intorno alla questione del nome con gli strascichi inevitabili anche campanilistici, sia un bene. Ciò che è mancato in questo paese è proprio un dibattito sull'identità. Come bene ha osservato Di Matteo, Capaccio-Paestum è la "Città dei venti borghi". Non è una comunità unica, ma un insieme di micro-identità. La colpa o il dolo, io preciserei, è della comunità capaccese originaria come di alcuni "personaggi". La Piana da sempre è terra di immigrazione. I nuovi venuti, gente ormai senza identità e radici, se non la memoria della terra natia, hanno trovato un elemento comune identificativo nella nuova realtà abitativa nella magnificenza e maestosità dei Templi di Paestum. I vecchi Capaccesi, invece, hanno continuato ad avere il luogo della memoria nel paese sulla collina. Paradossalmente i veri eredi e discendenti degli antichi Pestani sono proprio loro e non i nuovi venuti.

Giustamente osservano che anche Capaccio ha una sua storia. Ed è così! Ma qui sta la colpa. Non aver saputo trasmetterla ai nuovi venuti.Un esempio è il patrono del comune, San Vito, che per molti è solo il santo venerato nella parrocchia dello scalo. L''unico elemento religioso unificante parrebbe essere, ma in verità si sbaglierebbe, il culto della Madonna del Granato. Se poi aggiungiamo, che anche urbanisticamente e culturalmente non esiste neanche l'Agorà, cioè la piazza della Città, la cosa diventa più che evidente: non esiste una comunità! Ben venga quindi un dibattito, a mio parere. Per  Aurelio Di Matteo, è solo una questione di marketing territoriale. O almeno parrebbe esserlo.Cosa di cui è più che esperto e titolato. Ma in gioco, a mio parere, c'è di più. Non essendovi comunità, un comune sentire, valori comuni e condivisi, una comune visione del mondo, non vi può essere nemmeno un "Progetto" per la Città Futura.

Ben venga allora parlare del nome, per innescare non solo un dibattito sull'identità, ma come lo stesso Di Matteo, Giuseppe Liuccio e tanti altri hanno osservato, anche interrogarsi ed ipotizzare su un progetto di sviluppo complessivo del nostro territorio. Senza questi elementi la questione del nome sarebbe del tutto vana. Il solo cambio del nome, per una mera questione di marketing. di per sè senza un progetto ed una vera programmazione sarebbe senza alcun senso e soprattutto inutile.

In ultimo mi domando come mai si persevera nello stesso errore di sempre. Abbiamo intelligenze e competenze sul territorio che rimangono inutilizzate. Come dire che i foderi combattono e le spade ...
Perché personaggi come Giuseppe Liuccio o Aurelio di Matteo non sono resi partecipi dall'attuale amministrazione comunale nel "Progetto per Capaccio-Paestum"? Hanno competenze e contatti per promuovere intelligentemente e professionalmente il nostro territorio oltre che poter dare un contributo fattivo e di idee nel progettare la Città Futura. Sono sicuro che presterebbero la loro opera gratuitamente, solo per passione ed amore di Paestum!


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martedì 9 ottobre 2012

NON SERVE CAMBIARE IL NOME SENZA UN PROGETTO

  di Enrico Bellelli
Enrico Bellelli
Sulla nuova denominazione da dare a Capaccio Scalo non posso non dire la mia, stimolato dai tanti interventi che ci sono stati. 
Innanzi tutto il problema non si racchiude nel se cambiare o meno il nome di Capaccio Scalo, perché se alla proposta seguisse un progetto di sviluppo del territorio saremmo tutti d’accordo, ma se invece si cambia solo il nome e non si procede a varare un progetto, anche a lungo termine, di sviluppo di tutto il territorio, proprio non ci stò.
Si dovrebbe prendere coscienza che Capaccio Scalo è divenuto un motore di sviluppo della piana che va rivisto e corretto, ed intorno ad esso far rifiorire tutti gli altri borghi della Piana. 
A tal proposito mi è piaciuto molto l’intervento del Prof. Liuccio, quando scrive come sia necessario “riammagliare” il territorio e questo potrebbe verificarsi proprio intorno al centro propulsore della Piana: Capaccio Scalo. 
Naturalmente, fuor di polemica, la dobbiamo finalmente smettere con tutti i campanilismi che si sono verificati negli ultimi decenni. Penso che questa sia stata una delle iatture che non hanno permesso alla Piana di tenere il passo con i tempi, oltre alle responsabilità politiche di chi ha amministrato. E del resto, oggi che si ragiona in termini di EUROPA, non ci possiamo più soffermare a ragionare in termini di contrada. 
Ben venga quindi l’iniziativa dell’Amministrazione Voza, ma che tenga in conto che ora non si può perdere più tempo e che bisogna voltare pagina per favorire lo sviluppo di tutta la Piana e complessivamente di tutto il Comune. Dico così perché non mi sono dimenticato di Capaccio Capoluogo, non sono tra quelli che la vogliono relegare a un ruolo marginale o isolato, ma anche in questo caso bisogna parlare chiaro e procedere con idee chiare e fattive. Se Capaccio Scalo ha assunto, negli anni, un ruolo trainante dello sviluppo non solo della Piana ma anche dei paesi contermini, Capaccio ha bisogno di tutt’altre cure, una riqualificazione urbanistica del centro storico, del resto questa operazione è stata fatta in tanti altri paesi del Cilento ed ha funzionato, perché non da noi? Quindi riqualificare il centro storico e favorire tutta una serie di attività legate all’attività turistico alberghiera (v. piccole pensioni nei palazzi antichi) e infine favorire una vocazione culturale (anche in questo caso mi sovvengono in aiuto gli scritti di Peppino Liuccio) in cui tutte una serie di attività possano trovare una collocazione idonea e fattiva. 
Per quanto riguarda il nuovo nome da dare a Capaccio Scalo, se ci sarà una presa di coscienza che da più parti viene sollecitata, non sarebbe male mettere insieme le nostre due realtà storiche: Capaccio e Paestum e denominarla quindi Capaccio-Paestum.
Capaccio Scalo (foto tratta da LoScirocco.net)
 
Questo l'intervento di Enrico Bellelli, ex amministratore comunale, nell'agorà di Amici di Paestum su FB, che ho ripreso e pubblicato sul mio blog perché lo ritengo un importante contributo all'attuale dibattito in corso, puntuale, propositivo, concreto e non certo vanamente polemico e strumentalmente o stupidamente fazioso in un senso od in un altro. Aggiungo di seguito la mia risposta al suo thread.
 Grazie Enrico, per il tuo intervento. In verità l'aspettavo. Tu sei stato uno di quei "giovani" impegnati in politica, che volevano modernizzare questo comune. Le tue riflessioni sono più che condivisibili. Infatti la questione del nome non è semplicemente e meramente toponomastica, ma voleva proprio riavviare un dibattito sull'"IDENTITÀ" senza il quale la realtà sociale, culturale e antropica di questa Comune rimarrà sempre parcellizzata senza mai diventare per davvero COMUNITÀ. Come anche finalmente far ragionare i nostri concittadini, le forze politiche, le realtà sociali, economiche e culturali di questo nostro paesello sulla "CITTÀ FUTURA", su un progetto di sviluppo. Già nella tua passata esperienza politica hai affrontato la questione. Fra il 1989 ed il 1990, come ben ricorderai, ma non i nostri immemori concittadini, fù già istituita un Commissione Consiliare (composta da te, l'avv. DE SIMONE, allora Sindaco, dal dott. G. DE PALMA, da R. FASOLINO, L. CAPO; V. VITOLO, N. NIGRO), che deliberò su iniziativa dell'allora consigliere Nigro Nicola, la proposta di un unico cap per la Piana e il superamento delle contrade con la denominazione unica della stessa in PAESTUM (con eccezione del territorio collinare). Proposta fatta propria dal Consiglio Comunale ed anche autorizzata dal Prefetto, quale organo competente di controllo in tali temi. Credo che tale delibera andrebbe ripresa, come mi piacerebbe anche un tuo contributo in questa agorà virtuale sul dibattito di allora su questi temi che non fu solo politico ma anche comune, anzi più che sentito, tra la gente. Perchè troppo spesso ci si dimentica in questa nostra realtà che le cose hanno una storia e che in tanti hanno lavorato per far crescere questo paesello. QUESTO E' UN PAESE DI IMMEMORI.


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lunedì 8 ottobre 2012

NUOVA PAESTUM: ATTENZIONE A NON DIMENTICARE CAPACCIO.

di Giuseppe Liuccio

Traggo questa riflessione del carissimo prof. Giuseppe Liuccio dal gruppo su FB "Amici di Paestum".
Lo posto perché come sempre coglie con intelligenza e lucidità la sostanza dei fatti.


Giuseppe Liuccio
La proposta del sindaco Italo Voza di cambiare il nome di Capaccio Scalo in Nuova Paestum o Paestum Nuova, rivoluzionando la toponomastica del territori ha animato il dibattito, piuttosto vivace (anche con qualche battuta di pessimo gusto)  tra i lettori di questo gruppo, a dimostrazione che la passione civile non è morta nel territorio.
 La cosa va salutata con piacere. 
Il tema impone una riflessione ampia,articolata ed approfondita, che, come promesso, mi riprometto di fare a breve.
 
 Mi preme, però, sottolineare fin da subito alcuni concetti chiave a supporto delle mie conviunzioni:
1) Il nome di Paestum è patrimonio di tutta la piana e, vecchio o nuovo, non può essere ritagliato per una sola delle contrade, anche se la più popolosa.
2) forse ne avrebbero più diritto, allora, non fosse altro che per maggiore contiguità, Licinella, Borgo Nuovo, Cafasso, ecc. La verità che urge riammagliare tutte le contrade, trasformandole da "isole" in "arcipelago", dando ad ognuna un ruolo ed una funzione importante, con iniziative di socializzazione e di grande spessore culturale, legate alla storia e alla tradizione dei singoli territorio, come mi sono sforzato di proporre con una serie di articoli durante i mesi di campagna elettorale, perchè ogni contrada si senta parte integrante del tutto e vi si riconosca con orgoglio. 
3) Capaccio Scalo, per la sua dimensione territoriale ed anagrafica, per la sua centralità topografica, per la funzionalità di alcuni servizi, ecc. va rivisitata e ridisegnata. Tanto per fare solo un esempio, Piazza Santini non assolve al ruolo di agorà frequentata e vissuta, perchè non è sentita come luogo di incontro e di socializzazione, non è centrale, è fredda, non è centro di attività commerciali o lo è poco, non è centro di attività culturali (la biblioteca della Sala Erica non ha dotazione libraria e non viene utilizzata per incontri settimanali (dibattiti, seminari, presentazione di libri, concerti, mostre ecc.). Forse la stessa chiesa non brilla per vivacità di catechesi o per iniziative di volontariato, la stessa Casa Comunale è fredda e frequentata il meno possibile dai cittadini, che non la sentono come casa propria, come accadeva al Vecchio Muncipio (che ha conosciuto caldi fremiti di passione civile) di Piazza Orologio e, in parte, anche alla alla nuova sede nel capoluogo. Lo stesso discorso si potrebbe fare per la stazione ferroviaria ferroviaria e così via.
4) la separatezza tra Paestum e Capaccio Paese, con la latitanza, o quasi, dell'Amministrazione nei confronti delle tante problematiche di quest'ultimo spesso emargina i Capaccesi al poco gradevole ruolo di parenti poveri, come ho sottolineato più volte evidenziando la separatezza della e tra le due località
 
A lungo andare, se i cittadini della collina dovessero realizzare che sono avvertiti e considerati come palla al piede per lo sviluppo dell'intero territorio potrebbero anche pensare ad una deleteria separazione consensuale e ad un referendum per la costituzione di un Comune autonomo. Il pericolo c'è e la tentazione è reale e concreta. io ho sentito fare discorsi e minacce in questa direzione
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